Milano, noir e scrittura con Alberto Paleari


Il giovane autore milanese Alberto paleari, è un profondo conoscitore della realtà meneghina, soprattutto del suo lato nero, che ha sviscerato nel romanzo “Il colore della vergogna”. e’ appena tornato in libreria con il romanzo “Saranno infami” e noi di Noir Italiano non abbiamo perso l’occasione per invitarlo a raccontarci la sua visione del noir e della scrittura.

Noir Italiano: Ciao Alberto, benvenuto a Noir Italiano. Che ci beviamo? Io vado di Campari, con una spruzzata d’arancia. Tu?

Alberto Paleari: Visto il caldo andiamo di Corona, fettina di limone compresa.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir”?

AP: Seguire un istinto, scandagliare una linea d’ombra. L’istinto è quello che mi spinge verso la rappresentazione letteraria del crimine, del male. Non è una scelta. È semplicemente il modo più efficace per assecondare un’ossessione. La linea d’ombra è il confine tra luce e oscurità, buoni e cattivi, giusto e sbagliato, legale e illegale. La letteratura che più mi interessa sonda questo limen a livello psicologico, affettivo, antropologico, sociale, politico. Ne mette in luce il lato più cupo, duro, sporco. Ci si perde dentro, finché i contorni delle cose non si confondono. Senza possibilità di ritorno.

NI: Cosa rende Milano una città da noir?

AP: Milano è Mediolanum. La terra di mezzo. Oggi come nel passato. Un crocevia di interessi commerciali, politici, culturali. Questa contaminazione ha portato nei secoli a uno sviluppo economico formidabile, ma anche a degli effetti collaterali. Ha creato un teatro di contraddizioni uniche. È proprio grazie a questo territorio che le incoerenze, i contrasti, le ipocrisie del nostro sistema sociale diventano visibili. Perché fermentano ed esplodono all’improvviso, a volte in forma apocalittica, attraverso il crimine.

NI: L’angolo più oscuro di Milano?

AP: Chinatown. Ho vissuto nel quartiere Sarpi-Canonica per otto anni. Ho amato quella zona, nonostante i difetti. Appartamenti signorili appiccicati a import-export cinesi. Per strada, borghesia meneghina e comunità straniere. È una zona multietnica viva, ricca di stimoli. Come tutti i tessuti sociali complessi, però, contraddittoria. Sotto la patina di equilibrio e integrazione qualcosa pulsa. Un mix di degrado, prostituzione, azzardo, estorsione. Criminalità storica e giovanile, italiana e straniera. In sintesi, il conflitto sociale tra vecchio e nuovo. Locale e globale.

NI: Qual è la Milano più noir? Quella degli anni ’60-’70 o quella attuale?

AP: Impossibile fare una classifica. Qualunque periodo storico ha piaghe che meritano di essere interpretate attraverso la letteratura. Spetta all’autore decidere quale taglio dare alla propria analisi, quanto andare in profondità, con quali forme letterarie o quale ambientazione. Il mio primo romanzo, Il colore della vergogna, era un poliziesco ambientato nella Milano del 1969. L’indagine del protagonista si intrecciava con la strage di Fontana. Con quel libro mi interessava scandagliare il confine tra due periodi della storia italiana, l’euforia del post-boom economico e l’avvento degli anni di piombo. Per farlo avevo scelto la forma del mistery, arricchito da dettagli ipercitazionisti. Nel mio secondo romanzo, Saranno infami, ho preferito cambiare rotta. Ho analizzato i giorni nostri e un altro territorio, la bassa padana. Vista come un territorio vago, che non è più metropoli ma non è ancora campagna. Al di là dell’ambientazione suburbana, Saranno infami mi sembra un romanzo più nero rispetto a Il colore della vergogna. In questo libro non racconto più la storia di un enigma, un’indagine e una soluzione. Metto in scena il crimine dalla parte del crimine. Con protagonisti due insospettabili: una ragazza di diciassette anni e un ragazzo di quindici.

NI: Parliamo di noir in se stesso. Credi che si tratti solo di letteratura d’evasione o sia un modo che gli autori hanno per mostrare verità ritenute scomode?

AP: Non penso al noir come a un genere di evasione. Mi pare una forzatura. Forse l’errore sta in un uso estensivo delle etichette. Ad ogni modo mi sembrano discussioni sterili. La narrativa criminale ha varie sfaccettature, ognuna con la propria specificità e dignità di esistere. Per passione mi interessano quasi tutte. Per come lo intendo io, il noir davvero nero parte sempre da una riflessione critica nei confronti dell’individuo e/o della società. Questo porta in automatico a mettere in scena conflitti, tensioni, paure. Verità più o meno scomode. Comunque altre rispetto al sentire comune o alle versioni socialmente accettate o accettabili.

NI: Scrivere un noir ambientato negli anni ’70 richiede una notevole documentazione. Come affronti la cosa?

AP: In queste settimane sto terminando la stesura del mio terzo libro. Anche questo è un romanzo storico, ambientato però nella prima metà dell’Ottocento. Il metodo di documentazione è stato identico a quello del primo. All’inizio una panoramica sui fatti di quel preciso periodo storico, per rispondere ad alcuni dubbi di taglio politico-economico. Poi un’analisi degli stili di vita, suddivisi per classi sociali. Arte, costume, moda, alimentazione, consumi. Cerco di non tralasciare niente, ricorrendo a varie fonti, di prima e seconda mano. Infine l’aspetto più importante, cioè lo sviluppo della storia, in parallelo all’indagine psicologica dei personaggi. Come avrebbero ragionato gli uomini rappresentati nel libro, se fossero davvero esistiti? Scrivere romanzi storici per me significa evocare vite scomparse. Strappare esistenze al passato. Poco importa se attraverso proiezioni astratte. Più come autore ti immergi nella quotidianità dell’epoca, più i personaggi e i fatti prendono forma. Diventano reali. La scommessa è ambiziosa: stimolare i lettori moderni alla riflessione attraverso crimini veri o verosimili del passato, impreziosendo la narrazione con rappresentazioni culturali totalmente differenti dalla nostra.

NI: Quanto tempo dedichi alla scrittura?

AP: Due o tre ore al giorno. Di sera, nei fine settimana, durante le vacanze. La notte. Per gestire lavoro full time, famiglia e scrittura mi impongo una disciplina ascetica, soprattutto dal lunedì al venerdì. Al ritorno dal lavoro ceno, strofino via la stanchezza dagli occhi e mi risiedo al PC. È un routine faticosa ma efficace.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

AP: “Ivan si accovaccia sul manubrio. Ruota la manopola, la spreme. I tagli alle nocche si slabbrano sempre di più, il sangue sgorga, il dolore esplode. Non importa. Astrid è dietro di lui, lo scooter sta andando, il sole buca gli occhi. Quel pomeriggio di giugno tutto è denso, pieno. Lui, lei, lo scooter, la pistola e il coltello che Astrid nasconde nelle tasche interne del giubbotto. Non serve altro. Il giorno della loro prima vera rapina è perfetto.”

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