L’Italia e il volto noir delle verità_Parte 3


Parte 3: Fermiamo il noir

“Questo è un romanzo. Qualunque corrispondenza con persone o situazioni reali è da giudicarsi completamente casuale”.

Quante volte avete letto questa frase? E’ il modo con il quale gli editori cercano (ma molto spesso non riescono) a proteggere gli autori di noir d’inchiesta dalle cause di diffamazione che vengono loro intentate.

Questo infatti è un nodo cruciale, che sintetizza il livello di libertà d’espressione tipico del nostro paese, ovvero l’utilizzo indiscriminato della querela, che ha di fatto “tagliato le gambe” al cosiddetto giornalismo investigativo. Cos’è una querela? L’abbiamo cercato su Wikipedia e abbiamo trovato questa definizione:

“La querela è un istituto del diritto processuale penale. Nella maggior parte degli ordinamenti si tratta di un atto declaratorio mediante il quale un soggetto, che si ritenga soggetto passivo di alcuni particolari reati (persona offesa), richiede all’Autorità Giudiziaria di procedere nei confronti dell’autore del reato per la sua punizione. La querela è perciò lo strumento richiesto dall’ordinamento per l’avvio dell’azione penale per i reati non perseguibili d’ufficio e rappresenta una condizione di procedibilità dell’azione.”

L’uso indiscriminato da parte di soggetti politici, istituzioni, organi dello stato della querela (o anche solo l’idea di poter venir querelati) ha distrutto il giornalismo d’inchiesta che, negli anni, aveva cercato di fare luce sui misteri italiani. Come già detto, per citare un esempio, il romanzo di Macchiavelli, “Strage”, ricostruzione romanzata delle vicende dell’attentato alla stazione di Bologna. Uno degli imputati della strage, credendo di riconoscersi in uno dei personaggi, citò l’autore in tribunale, ottenendo che il romanzo fosse ritirato dalle librerie pochi giorni dopo l’uscita e rimanesse inedito per quasi vent’anni.

La questione però è aperta e controversa, poiché molti autori hanno comunque timore di pubblicare o indagare, poiché la spada di Damocle della querela è sempre presente. Ecco cosa ci ha detto Tersite Rossi a riguardo: “Il timore che la querelo-mania possa minacciare anche la narrativa e, in particolare, la narrativa d’inchiesta è molto vivo e ci inquieta. Con l’editore del nostro ultimo romanzo (e/o) abbiamo discusso a lungo su come affrontare alcuni passaggi del libro che, seppur secondari ai fini della narrazione, denunciavano con tanto di nomi e cognomi alcuni personaggi “sinistri” della vita politico-sociale italiana. Alla fine abbiamo convenuto che valesse la pena camuffarli, poiché il valore stigmatizzante del riferimento rimaneva comunque valido. Tuttavia, la sola idea che qualche potere forte (organizzazione o persona fisica che sia) possa avvalersi dello strumento giudiziario per frenare la denuncia sociale che sottende a questo nuovo modo di fare noir, ci fa proprio incazzare. Il diritto dovrebbe servire a riaggiustare alcune storture del sistema. In questo caso, invece, diventa uno strumento di oppressione e censura. “

Perché una persona, leggendo un romanzo, dovrebbe sentirsi lesa o diffamata e intentare una causa contro l’autore? Sottolineiamo che quello che segue è un ragionamento puramente teorico, poiché non conosciamo tutte le cause per diffamazione a mezzo stampa intentate in questi anni e siamo sicuri che qualcuno l’avrà fatto per validi motivi che la magistratura ha riconosciuto. Molto spesso chi intenta causa agli autori è un mitomane in cerca di quei cinque minuti di notorietà. Molti “morti di fama” infatti, intentano querele solo affinché ne parlino i quotidiani, poiché sbattere il nome di un autore quotato in prima pagina fa sempre aumentare le vendite. In Italia però il discorso della querela è diverso e pericoloso. Perché pericoloso? Perché ormai nel nostro paese (e questo testimonia il grado di libertà d’espressione che ci meritiamo) vige la temuta “querela preventiva”. Questo infido mezzo legale di fatto blocca qualsiasi autore poiché molto spesso i protagonisti (o presunti tali) dei fatti presentati nei romanzi sporgono querela “sulla fiducia”. Una sorta di “io intanto ti querelo, così ti rovino la reputazione e ti blocco il romanzo, poi se hai ragione lo vediamo tra dieci anni, quando finisce la causa civile”. La lentezza esasperata dei processi e la voglia di far notizia che hanno i quotidiani porta il querelato a divenire colpevole ancor prima che venga emessa la sentenza.

Ve lo ricordate il dirigente di Polizia, interpretato da Gian Maria Volontè ne “Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto”? Ecco cosa diceva nel suo discorso d’insediamento all’ufficio affari politici:

“L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite… L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!”

Massimo Ranier ci spiega però come, a volte, l’idea della querela preventiva venga presa come scusa per evitare di imbarcarsi in lunghe ricerche e impegnarsi in un genere letterario di certo non facile:

“Non vedo sinceramente il problema. Il noir è fiction, pur con salde ramificazioni nel reale, non saggistica. La creatività dell’autore non è passibile di querela, nel momento in cui è dichiaratamente un’operazione letteraria. Certo che se si fanno nomi e cognomi di persone realmente esistenti e ci si riferisce espressamente a fatti realmente accaduti, ci si assume anche l’onere di non essere diffamanti. Ma vale per il noir come per qualunque altra forma di comunicazione, letteraria o no.”

Il noir d’inchiesta potrebbe dunque fare la fine del giornalismo investigativo, finito miseramente nel dimenticatoio della stampa nazionale? Non lo si sa, il problema è grande e troppo profondo per essere trattato in un semplice blog.

Il problema maggiore, ora come ora, è dato dal fatto che i quotidiani, i telegiornali, gli speciali e i reportage puntino a dare solo notizie che facciano scalpore o che colpiscano l’opinione pubblica, mentre il noir d’inchiesta racconta piccole storie, magari non molto conosciute ma comunque meritevoli di notorietà. Il punto cruciale è questo: perché la funzione di “stimolatore delle coscienze” è diventata prerogativa del noir d’inchiesta mentre la stampa non se ne occupa?

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