L’Italia e il volto noir della verità_Parte 2


Parte 2: Quando il noir diventa inchiesta

Quali sono stati, nel corso degli anni, gli autori che hanno cercato di smascherare le menzogne del nostro paese, producendo noir d’inchiesta? Prima di parlarne dobbiamo cercare di comprendere cosa s’intende per noir d’inchiesta.

Il noir d’inchiesta è una branca del noir vero e proprio e si caratterizza per un’estrema adesione ai fatti reali. Inoltre è basato (come affermava Carlotto nel precedente articolo) su una ricerca lunga ed estenuante, che può durare anche parecchi anni. Nonostante questo, alcuni scrittori hanno sentito il bisogno di cimentarsi con questo genere di letteratura. Tra loro c’è il milanese Massimo Ranier, che ne ha delinato i tratti essenziali in questa risposta:

“Il noir, in quanto tale, presenta forti contatti con la realtà, per essere realistico e credibile. Il noir è un’estrapolazione romanzata di fatti con fondamento concreto. Quindi è senz’ altro possibile affermare che, tra le righe, si possono spesso trovare anche tematiche di interesse sociale.”

Il primo fu Sciascia. L’autore siciliano, nel suo romanzo “Il giorno della civetta”(Adelphi), dipinse uno spaccato della Sicilia ancorata alle tradizioni millenarie, incancrenita dal dilagare dell’omertà e soggiogata dal controllo mafioso. Tutto questo in un’Italia in cui c’era ancora chi sosteneva che “la mafia non esiste”. Don Mariano, il mafioso protagonista della vicenda, si lancia in una cruda invettiva: “«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…”

Dopo Sciascia è toccato a Macchiavelli tentare un approccio noir che racconti la verità. L’inventore di Sarti Antonio ha pubblicato due opere: “Strage” e “Ustica” (Einaudi), nelle quali ha cercato si sviscerare e raccontare due misteri italiani (la strage alla stazione di Bologna e la scomparsa del DC9 sopra i cieli di Ustica), attraverso il genere noir. Per farlo ha dovuto scrivere sotto pseudonimo di un esperto di sicurezza svizzero (tale Jules Quilcher) ma, nonostante questo,  il libro “Strage” è stato bloccato dalle autorità giudiziarie.

Tra gli autori contemporanei, quello che più si distingue per aver fatto della “scoperta della verità” una bandiera è proprio Massimo Carlotto. L’autore padovano, creatore di personaggi come l’Alligatore o Giorgio Pellegrini, ha sempre utilizzato la penna come strumento per l’indagine della realtà e per raccontare i mali che si annidano nel suo ricco e “felice” Nordest.

Emblematico è il caso del romanzo “Nessuna cortesia all’uscita” (Edizioni E/O) nel quale l’autore affronta un tema particolare: quello della mala del Brenta. In un contorno romanzato ma reale, attraverso l’uso di pseudonimi e la creazione di personaggi facilmente riconoscibili, Carlotto racconta gli ultimi giorni di vita dell’organizzazione criminale fondata da Felice Maniero. Un’organizzazione criminale in tutto e per tutto uguale alla mafia o alla ‘ndrangheta, con la differenza di essere nata in un Veneto ancora povero e disilluso (nel secondo dopoguerra il Veneto è la regione con il maggior numero di emigranti verso altre regioni italiane o l’estero) che di colpo si ritrova a cavalcare il “boom economico”. La stagione in cui le vecchie cascine diventano ville per miliardari e le “fabbrichette” artigiane si trasformano in capannoni sedi di multinazionali. E dove ci sono i soldi, ci sono i criminali, in questo caso quelli capeggiati da Maniero, che hanno “comandato” in Veneto con metodi prettamente mafiosi. Nel romanzo il piano di Maniero, ovvero la liquidazione sistematica del suo impero criminale come se si trattasse di un’azienda, viene raccontato in maniera efficace e probabilmente corrispondente alla realtà.

L’esempio di Carlotto ha creato una sorta di “scuola” di giovani autori, capaci di dipingere la verità, o perlomeno la realtà delle cose, utilizzando gli strumenti del noir. Tra questi segnaliamo Tersite Rossi e Piergiorgio Pulixi. Quest’ultimo, nel romanzo “Una brutta storia” (Edizioni E/O), racconta una vicenda di corruzione nell’ambiente della Polizia molto reale e plausibile.

Altro autore molto impegnato nel noir d’inchiesta, anche se in una variante da “piccolo schermo”,  è Carlo Lucarelli. Pregevole è il suo lavoro attraverso il programma televisivo “Blu notte-Misteri italiani”, nel quale ha cercato di raccontare e dare una spiegazione agli innumerevoli misteri che macchiano la storia di questo paese. L’idea geniale di Lucarelli è stata quella di presentare le puntate non come un semplice documentario, bensì come se si trattasse di un romanzo. Raccontare la realtà con le parole della letteratura gialla, fruibile per un’ampia fetta dell’opinione pubblica e parlare di Totò Riina, Junio Valerio Borghese, Aldo Moro, Licio Gelli come se fossero personaggi usciti dalla penna di un autore particolarmente abile. Attraverso le numerose puntate del programma Lucarelli ha provato a dare una spiegazione (non una risposta, perché non è compito degli autori, bensì della magistratura) ai lati oscuri delle nostre vicende.

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