Una birra con Matteo Bortolotti


Non fatevi ingannare dall’età (è del 1980), il bolognese Matteo Bortolotti è un autore che vive per la scrittura. Oltre a collaborare come editor per numerose case editrici, pubblica romanzi noir e racconti in antologie, scrive sceneggiature per serie tv (tra cui l’Ispettore Coliandro) e tiene corsi di scrittura. E’ un piacere avere tra noi un autore del genere e poter chiacchierare di noir e scrittura.

Noir Italiano: Ciao Matteo e benvenuto. Io prendo una Leffe, chiara birra belga. Tu?

Matteo Bortolotti: Io prenderò un lattementa, se è aperta la caffetteria. Altrimenti farò uno sforzo e mi butterò su una Baladin Nora, che c’ho voglia di kamut… La birra era uno dei segreti iniziatici egizi…

NI: Cominciamo: cosa significa per te noir?

MB: Significa ‘nero’ in francese. Che domande? ☺ Il noir è un sapore, un genere criminale che cerca di portare il fruitore a vivere un’esperienza che in qualche modo gli faccia esplorare il suo lato oscuro, secondo Manchette era un romanzo morale, io sono del suo stesso parere. Poi, in secondo luogo, è un’occasione per denunciare situazioni marginali e per molti scrittorini un modo facile di fare pornografia e vendere qualche migliaia di copie. Oggi il noir è diventata una moda, un sapore che ha inquinato la comunicazione in generale, persino la cronaca nera è diventata cronaca noir. Gli articoli dei giornali sono densi di sedicenti analisi psicologiche o di dettagli macabri. Il noir è morto, più morto dei morti che descrive. Ahime’.

NI: Io ho conosciuto il lato oscuro di Bologna tramite i romanzi di Macchiavelli. Cosa rende questa città un luogo noir?

MB: No, dai. Davvero? Ancora con questa storia? Te l’avranno già detto tutti, cosa rende Bologna una città nera! Basta ascoltare dieci minuti di un Lucarelli a caso. E io sono d’accordo con Carlo. Ma c’è anche un’altra Bologna. Quando Loriano scriveva i primi romanzi dedicati a Sarti Antonio voleva prima di tutto puntare il mirino dritto sull’ipocrisia che domina la mia città. E’ ancora sui vizi che bisogna puntare la penna. Il vizio è l’anticamera del crimine. In più, col Loriano di Sarti e col Lucarelli di Coliandro ci si sbraga anche dal ridere. Poi a tratti si trema, perché le storie belle sono così, fanno ridere e fanno piangere insieme. Alcuni lo trovano grottesco. Io lo trovo… Bolognese. La mia città è questo, in realtà. Non solo nera. Non solo rossa. Un palcoscenico perfetto del ‘conflitto’.

NI: Come nascono i tuoi romanzi?

MB: Dall’anticipo che mi versa la casa editrice. Scherzo di nuovo, è più forte di me. I romanzi nascono dalla voglia di raccontare le storie. Le storie ti scorrono attraverso e se sei un narratore cerchi di processarle nel modo più opportuno. Le mie nascono dall’esigenza di divertirmi e fare anche un po’ riflettere. Mi piace fare le cose seriamente senza prendermi sul serio.

NI: Quando scrivi parti da una scaletta ben precisa o ti fai guidare dalla scrittura?

MB: Non ho studiato dieci anni narratologia e tecniche di comunicazione per raccontarvi che vengo ‘posseduto’ dai miei personaggi… Anche se ogni tanto ci lascia andare. Credo che dipenda molto dalla storia. Tendenzialmente il lavoro è piuttosto metodico. Creo una ‘bibbia’ della storia, raccolgo informazioni, costruisco i personaggi, comincio a farli agire su una struttura solida, plot driven si direbbe, e poi in stesura capita anche che si mettano a fare quello che gli pare. Allora devo metterci una pezza, li seguo per un po’ e cerco di dare coerenza formale alle loro imprevedibili deviazioni. La narrazione per me deve essere misurata e precisa. Un po’ il contrario delle mie interviste.

NI: La revisione è la parte più ostica per un autore. Come l’affronti?

MB: Ho fatto l’editor e lo story-editor per sei anni. La revisione è parte integrante della narrazione. Non bisogna stancarsi di riscrivere, l’idea migliore vince sempre, anche a due giorni dalla consegna. Bisogna mettere alla prova quello che si scrive, mai pensare che la prima idea sia quella migliore. Mi diverto come un matto, a pulire il testo, sistemare il puzzle strutturale, equilibrare le funzioni narrative.

NI: Un consiglio che daresti a un autore che volesse cimentarsi con il noir?

MB: Lascia perdere. C’è già troppo ciarpame oscuro in circolazione. Ormai neanche vende più. E l’aria da radical chic total black che hanno i noiristi ormai è ridicola. E te lo dice uno che il genere l’ha esplorato perbene. E tornerà a farlo, ma con calma. Al momento giusto… però mi tengo la mia giacca verde!

NI: Scerbanenco sosteneva che un autore noir deve raccontare “quello che vive”. Cosa ne pensi? Un autore noir deve ambientare le sue storie nella città in cui vive?

MB: Uno scrittore racconta sempre di se stesso. Anche se l’operazione della narrativa è mimetica. Prendiamo le nostre esperienze, l’eco che hanno avuto dentro di noi e le traduciamo in altre storie. Le emozioni sono quelle. Uno scrittore racconta emozione sotto forma d’azione, nel 2012. Non è obbligatoria la città in cui si vive. E’ obbligatorio riuscire a raccontare storie che uno le legge d’un fiato e dice ‘Grande Cocomero, questi sì che sono dieci euro ben spesi!’.

NI: Esiste un limite oltre il quale il noir non deve andare?

MB: Il 2012 è un buon limite. Sono provocatorio. Il limite è la pornografia, il dettaglio macabro malamente mascherato da indagine sociale e da denuncia. Ancora peggio: la presunzione di verità. La verità, quando racconti una storia, non è certo nei fatti. Risiede in quello che fai provare al lettore. Il noir come genere e sapore non ha un limite, il limite se lo devono dare tutti questi scrittori di noir che se la tirano e fanno gli intellettualoidi, magari sperando in qualche protezione politica che li sponsorizzi. In questo Paese, il noir è diventato anche questo.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

MB: Facciamo un paragrafo? Il bambino nell’armadio sorride. Presto gli gnomi lo verranno a prendere e lo porteranno dall’altra parte. Presto sarà tutto finito. L’odore ferroso che ha nelle mani non gli piace. I palmi rossi, alla luce della torcia di Topolino, sembrano neri di melma, sporchi del buio tutt’attorno. Fuori, papà ha smesso di urlare, di toccare, di respirare. Il bambino non piange. Aspetta gli gnomi.

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