“Sui premi letterari noir italiani” di Marilù Oliva


Ripropongo qui un contributo di Marilù Oliva sullo stato dei premi letterari giallo/noir italiani. Non è un semplice reportage bensì una profonda analisi dello stato delle cose, soprattutto sulla discriminazione (volontaria o involontaria non sta a noi dirlo) che si trovano a vivere le autrici noir di casa nostra. Preparatevi perché Marilù è una “guerrera” e non le manda certo a dire e fa bene, perché a volte l’unico modo per svegliare uno che sta dormendo è versagli addosso acqua fredda. E il secchio che ha in mano Marilù è di quelli belli gelati.

(Ringrazio Marilù per avermi concesso di pubblicare il pezzo)

Premi Letterari Polizieschi (maschile plurale) di Marilù Oliva

Fino ad ora mi è capitato di parlare della situazione sessista in Italia – con particolare riferimento alla scrittura – sulla base di dati, sondaggi, interviste. Non ho tratto conclusioni definitive, ma posto solo domande, dubbi, anche se le conclusioni sembrano convergere tutte verso un’unica direzione.

Ho portato avanti un progetto significativo con Laura Costantini, ho parlato del suddetto argomento in diverse conferenze (tra cui un incontro a Politicamente Scorretto, organizzato e presieduto da Carlo Lucarelli), sto collaborando – come esterna – alla multiforme ricerca lanciata e promossa da Loredana Lipperini.

Oggi vorrei parlare – a proposito di uomini e donne – di come funzionano i premi in Italia, in particolare i concorsi letterari polizieschi, ad alcuni dei quali ho avuto modo di partecipare (portando a casa dei riconoscimenti – Premio Azzeccagarbugli come opera Prima, secondo Premio al Festival Letteratura Gialla Camaiore e finale Scerbanenco – quindi non parlo perché offesa da “esclusa”. Parlo perché un po’ allarmata da donna).

La sensazione, suffragata dai dati, è che le donne siano fortemente penalizzate.

Notizia recentissima è che, alla finale del Premio Nebbiagialla 2012, la Commissione Scientifica abbia selezionato 10 finalisti, uno solo dei quali è una scrittrice (Commissione composta “dall’Assessore alla Cultura, dal presidente del Premio e da un massimo di altre quattro persone esponenti del mondo della cultura di Suzzara”. Ciò senza nulla insinuare sull’organizzazione di Paolo Roversi, l’ideatore, che conosco come persona seria e so che lavora sodo e bene e che, a tal proposito, ha dichiarato: «Il problema è che nelle grandi case editrici le donne, se si escludono le straniere, sono molto di meno degli uomini. Di una cinquantina di libri pervenuti, solamente 5 erano di donne»). Allora la domanda che sorge spontanea è: perché le case editrici investono così poco?

Ma capitano situazioni anche peggiori, rispetto all’ultimo esempio. Alla sesta edizione – tenutasi a Sassari – del Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012 sono arrivati in finale dieci scrittori: nemmeno una donna!Premesso che la vittoria è andata meritatissima ad Enrico Pandiani, cui va il mio plauso, qui non si contesta chi vince: semplicemente si osserva che il rapporto scrittrici/scrittori è addirittura di 0 A 10.

Ho scritto al direttore del Festival Mediterraneo, Aldo Curcio, chiedendogli le modalità di spedizione del libro per partecipare – perché anche qui non si capisce bene: scelgono loro i concorrenti? Sarebbe molto discriminatorio, perché ciò significherebbe che vengono esclusi gli scrittori che non hanno la fortuna di essere capitati tra le loro mani. Sullo statuto si legge che un “Responsabile Organizzativo” con pieni poteri elabora una lista di romanzi  anche sulla base di segnalazioni delle case editrici, per dire: la casa editrice può segnalare, ma non è detto che venga accolto il suo libro (anche se è un noir). Ora, questa lista – che non viene resa pubblica, ma che passa al vaglio della Commissione (scelta, quest’ultima, proprio dal Responsabile Organizzativo, ndr!)- mi domando: secondo quali criteri viene redatta? Contano solo i gusti personali del potentissimo Responsabile Organizzativo? Mistero. Comunque Curcio non mi ha risposto.

Ma andiamo avanti. Sui 15 titoli finalisti al Premio Scerbanenco 2011, di nuovo figura una sola scrittrice (altro dato: al Premio Scerbanenco si sono aggiudicate il primo posto 4 donne e 17 uomini) . Non solo. Alla finale del Premio Camaiore 2011 alle donne non è stato conferito nemmeno un posto e negli ultimi tre anni non hanno vinto (in quelli precedenti non è dato saperlo: cliccando sugli anni del sito della fondazione non succede niente). Ora qualcuno dirà: però allo Scerbanenco l’anno prima ha vinto una donna, la Bucciarelli. E in finale eravate ben due donne su cinque finalisti (l’altra ero io). Però qui, però lì. Però due anni fa, però l’anno scorso, etc. Basiamoci sui numeri: i numeri confermeranno che il divario, anche negli anni, è consistente.

Il Premio Fedeli? A parte il mistero della scelta dei libri (i 3 finalisti vengono individuati da una giuria di poliziotti: bene, ma sulla base di cosa? Almeno in quasi tutti gli altri concorsi sono le case editrici che propongono o almeno segnalano gli autori. Qui non vi è nemmeno la possibilità autonoma di concorrere: in sostanza, se sei fortunato e i poliziotti ti conoscono, allora, forse, puoi capitare in finale), a parte questo, dicevo, di 14 edizioni del Premio Fedeli, le donne hanno vinto solo una volta. Al Premio Azzeccagarbugli, su 7 edizioni gli uomini hanno vinto 6 volte. In finale sono giunte 4 scrittrici versus 22 scrittori.

Certo, nessuno vuole ometterlo: un minimo di presenza femminile questi premi la concedono, ogni tanto, con molta parsimonia. Allora non si può nemmeno negare che il 2011 sia stato un anno particolarmente sfortunato (o improduttivo? o maschilista?) per le donne: i dati sono eloquenti. Ovviamente qui non si vuole colpevolizzare (solo) le organizzazioni, tant’è vero che spesso sono le giurie popolari che decretano il vincitore finale (tra una rosa di possibilità che, però, è spesso presentata da una giuria nominata dalle organizzazioni), ma, oltre a ciò, occorre andare a monte: quante autrici propongono le case editrici? Forse il tutto è addebitarsi a un misto di consuetudini, preconcetti, o forse i libri al femminile proposti erano davvero tutti bruttini. Non lo so, vorrei scoprirlo.

Questo post non vuole assumere toni vittimistici né richiedere d’ufficio le quote rosa nei concorsi, sarebbe una proposta assurda. Però un dislivello esiste, sarebbe opportuno sondarne il motivo, ecco a cosa mira il mio articolo. Se il genere, considerato fino a poco tempo fa di appannaggio maschile, è coltivato oggi da scrittrici donne (in una percentuale circa del 30%), perché i concorsi non riflettono questa percentuale? Se si rispetta il criterio del 3:10, i conti non tornano.

Sussiste la tendenza diffusa a considerare i libri delle donne meno interessanti?

Oppure resta un’altra possibilità, ugualmente da prendere in esame: forse le donne sono davvero meno brave?

Pensiamoci.

La mia sensazione, quella che mi segue da quando ho cominciato a scrivere, è che il nostro lavoro sia svalutato rispetto a quello dei colleghi. Ciò rifletterebbe una realtà consolidata, in Italia, a quasi tutti i livelli eccezion fatta per i mestieri che fino a pochi decenni fa venivano considerati “femminili”, quali l’insegnamento. Le donne vengono assunte di meno in ruoli direttivi, vengono considerate di meno sul versante artistico, vengono pagate di meno. I dati della Presidenza del Consiglio confermano che una dirigente guadagna il 26,3 per cento in meno di un collega maschio. Lo chiamano “differenziale retributivo di genere”, è pari al 23,3 per cento: una donna percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti di uno stipendio di un uomo. E questo nel pubblico. Nel privato la situazione peggiora. Nel testo messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio si legge che “nel 63,1 per cento delle aziende quotate, escluse banche e assicurazioni, non c’è una donna nel consiglio di amministrazione”. Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. Va ancora peggio nelle banche dove su un campione di 133 istituti di credito, il 72,2 per cento dei consigli di amministrazione non conta neppure una donna.

La mia sensazione, quindi, quella per la quale non ho dati, e che va presa solo come una sensazione basata solo sulla mia esperienza personale, è che per le scrittrici sia più faticoso ogni passaggio. Quando scrivi, fatichi a ritagliarti il tempo e a trovare la stanza per te. Quando ti proponi, sei presa meno in considerazione. Quando vieni valutata, ricevi meno proposte e a compensi più bassi. Quando espirimi il problema, passi per la rompiscatole di turno e c’è ancora qualche imbecille che cerca di ridurre il problema a un marchiatura anacronistica: «La solita femminista».

Pur con le dovute eccezioni – ho incontrato una minoranza di professionisti serissimi che hanno una concezione paritaria del lavoro – la nostra penisola è piena di ostacoli e di pregiudizi per le donne, in tutti i settori. Ciò non significa che per noi sia impossibile farcela, significa semplicemente che sarà molto più dura e che perderemo molto tempo a superare ostacoli ottusi. Non voglio calare questa osservazione come una verità indiscutibile. Oltre alla denuncia vorrei confrontarmi, sondare altri pareri, completare i dati. Perché il primo passo affinché si superi un’iniquità è anche il più difficile: non ometterla, ottenere il riconoscimento che quell’iniquità esista.

Nota di NI: chiunque volesse rispondere all’articolo di Marilù è invitato a farlo su questo blog, in maniera civile, per cortesia.

Se l’argomento t’interessa allora dai un’occhiata a:

Tu la pagaras!

Fuego

Intervista a Marilù Oliva

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Una risposta a ““Sui premi letterari noir italiani” di Marilù Oliva

  1. Ho svolto una piccola indagine sul catalogo della mia casa editrice, limitatamente alla collana “Tascabili noir”, per intenderci quella in cui sono pubblicati i miei libri (tanto per parlare di cose che conosco) e per l’anno 2009.
    I risultati sono i seguenti:
    Scrittori uomini pubblicati con 1 o più opere 79%
    Scrittori donne pubblicati con 1 o più opere 21%

    Nei volumi della collana “Liguria in giallo”, quelli in edizione economica con tiratura maggiore (per intenderci quelli che vengono venduti con il quotidiano)
    Scrittori uomini 71%
    Scrittori donne 29%

    Da quello che riporti rispetto ai dati dei frequentatori delle scuole di scrittura si evince che sono parecchio più numerose le donne rispetto agli uomini. Dunque pare che molte siano le aspiranti scrittrici, ma che in effetti poi poche vedano le proprie opere pubblicate. Quanto meno rispetto agli uomini.

    Per poter tirare delle conclusioni corrette secondo me manca un dato intermedio. Cioè manca la percentuale di manoscritti che vengono inviati agli editori rispettivamente dai maschi e dalle femmine.
    Solo così ci faremo un’idea che si avvicina alla realtà.
    Con i dati che abbiamo si possono fare solo delle ipotesi.

    1. Molte donne dopo aver frequentato una scuola di scrittura rinunciano all’idea di scrivere.
    2. Uomini e donne mandano i manoscritti agli editori in misura più o meno uguale, ma le donne vengono penalizzate rispetto agli uomini.
    3. Uomini e donne mandano i manoscritti agli editori in misura più o meno uguale, ma gli uomini sono più bravi.
    4. Gli editori sono in buona parte uomini e inconsciamente scelgono una “scrittura maschile” rispetto a una “femminile”.

    Rileggendo quello che ho scritto mi rendo conto che anche conoscendo il “dato intermedio” sussisterebbero ugualmente dei dubbi sul suo significato.
    Mi spiego:
    Supponiamo che arrivi sul tavolo dell’editore un numero di manoscritti uguale tra M. e F.
    Perché vengono scartati di più quelli delle donne?
    1. Sono meno brave
    2. Vengono penalizzate ingiustamente.

    Supponiamo che arrivino all’editore più manoscritti di M. che di F. Perché?

    1. Le donne sono più modeste, credono meno in sé stesse, finiscono per rinunciare a scrivere.
    2. Le donne hanno meno tempo, sono meno libere di muoversi. Hanno più difficoltà oggettive e alla fine rinunciano a scrivere.(Io sono riuscita a farlo solo dopo che ho raggiunto il pensionamento).

    Mi sono tolta la soddisfazione di fare una telefonata al mio editore (Marco Frilli). Alla mia domanda se arrivino sul suo tavolo più manoscritti di uomini o di donne mi ha risposto senza alcuna incertezza :”Di uomini”. Ha poi aggiunto che però le donne secondo lui sono più brave e più costanti. Sarà!

    Posso ancora aggiungere che nella mia esperienza personale non ho ravvisato pregiudizi da parete dell’editore nei miei confronti in quanto donna.

    Avverto invece l’oggettiva difficoltà di potermi dedicare come e quanto vorrei alla scrittura perché mille impegni familiari mi sottraggono tempo ed energia. Credo che sempre e comunque l’uomo riesca a scrollarsi di dosso molti impicci e responsabilità che in una famiglia gravano sulle spalle delle donne. Non è un piagnisteo, ma un dato di fatto. E penso sia lo stesso motivo per cui è più difficile per noi dedicarci a lavori impegnativi, a carriere che richiedono di trascorrere molto tempo fuori casa. Abbiamo ancora difficoltà e siamo assalite da terribili sensi di colpa a trascurare la famiglia, cosa che sembra invece normale se la fa un uomo. Queste sono le motivazioni che frenano le donne dall’interno, diciamo così.
    Per molti lavori in cui la presenza maschile è preponderante e da un taglio “maschile” all’ambiente, vedi la politica, gli ostacoli vengono dall’esterno. Né aiuta l’introduzione nell’ambiente di ex-amanti del premier che hanno fatto carriera politica per meriti di letto.

    Le mie considerazioni finiscono qui. Immagino che si possano aggiungere molte altre osservazioni.

    Ho cercato di evitare il luogo comune che vuole che le donne per essere apprezzate come gli uomini debbano fare una cosa il doppio meglio di loro (anche se è vero) e tentato di analizzare razionalmente la questione.
    Questo è stato il mio intervento a un’inchiesta che Marilù Oliva svolgeva inerentemente all’argomento di cui sopra. E’ solo un piccolo contributo, ma il problema è per me molto sentito.
    Maria Teresa Valle

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