L’Italia e il volto noir della verità_Parte 1


Parte 1: Il noir e i misteri italiani

Siamo un paese con uno strano rapporto con la verità. Anzi, si potrebbe definire davvero difficile. Dallo scandalo della Banca Romana fino ai giorni nostri, passando per il bandito Giuliano, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Aldo Moro, Capaci, Ustica, omicidi illustri e mai risolti, i misteri italiani sono tanti, troppo taciuti e mai indagati. Come si pongono i nostri autori noir al riguardo? Dopo l’entusiasmante stagione del “noir mediterraneo”, che aveva voglia di raccontare e smascherare, portare alla luce la verità, oggi gli scrittori si stanno rivolgendo nuovamente al giallo classico. La letteratura poliziesca con il finale consolatorio, dove il bene trionfa sul male e tutto torna nei binari della normalità. Perché sta succedendo questo?

Abbiamo posto la domanda a Massimo Carlotto:

Da un lato perché c’è la percezione sbagliata che i lettori sono troppo depressi dalla crisi  e vogliono solo leggere storie consolatorie. Dall’altro perché sporcarsi le mani significa modificare in maniera sostanziale il proprio lavoro. Le indagini che servono a costruire poi la trama sono un dispendio enorme di energie. Infine il dettaglio non indifferente che molti autori non credono nella forza narrativa delle vicende reali. “

Un romanzo che racconta e indaga su vicende reali. E’ mai possibile? E soprattutto, è fattibile in Italia, un paese classificato al 65esimo posto come libertà d’espressione? Queste sono le domande che ci sono venute in mente, mentre pensavamo a questa serie di articoli. Cos’è la verità, in un paese come il nostro, dove un omicidio viene spettacolarizzato e sviscerato come se fosse ficton, mentre i crimini più ignobili vengono nascosti e insabbiati?

In un segmento del film “Il Divo”, nel quale l’attore che interpreta Andreotti recita un monologo sulla verità: “Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io”

Sintesi perfetta dell’idea che la verità sia una cosa non solo scomoda ma addirittura sbagliata. Perché raccontarla, se nessuno vuole ascoltarla? In realtà la questione è ben diversa. Ecco cosa dice Carlotto a riguardo:

“Questo Paese ha un rapporto perverso con la verità, da piazza Fontana in poi (ma anche prima, il 1969 ha solo il significato di fissare una data) nessuna verità è stata più accertata. Ci hanno abituato a non credere più a nulla per indebolire la forza dell’opinione pubblica che in Italia deve fare i conti una lunga lista di verità inevase. Raccontare la verità significa scegliere storie significative e iniziare a raccontarle in modo corretto. Significative significa con un carattere generale e negate, sconosciute, ignorate. La mia idea di verità è quella storicamente inoppugnabile. Verificata e non passibile di “revisioni”. Dolorosa, quindi.”

Il noir dunque diventa una sorta di strumento per raccontare la realtà, ora che anche i quotidiani e la stampa in generale appare in crisi e senza più la credibilità di un tempo. Se i giornali, la tv e i media non riescono o non vogliono raccontare la verità, cosa fanno gli autori nostrani? Ben poco, direi, a parte qualche caso. Forse, in realtà, a nessuno interessa la realtà e i lettori preferiscono leggere storie credibili ma inventate di poliziotti integerrimi che scombinano i piani di pericolose organizzazioni criminali. E’ dunque così? Il noir deve raccontare la realtà, scavare “nel torbido” oppure no? Questo il pensiero di Tersite Rossi:” Non solo è possibile, ma è necessario. Piccolo inciso: noi cerchiamo di far emergere non tanto la verità – concetto problematico, non abbastanza relativo e pericolosamente assoluto – quanto piuttosto la realtà, che evidentemente è frutto dell’interpretazione di chi la vive. Detto questo, a noi la realtà di questo Paese, e non solo, non piace. Troppa merda, troppa menzogna, troppa disonestà, troppa vigliaccheria. Insomma, troppo nero. Per raccontarla, l’insegnamento scolastico e il giornalismo non bastano più. Oggi, la scuola, più che fare cultura, impartisce istruzioni, e il giornalismo, più che produrre conoscenza, produce (sovra)informazione. Questo trionfo della quantità a discapito della qualità è funzionale al sistema economicista che ci vuole tutti consumatori lobotomizzati, ingranaggi che non disturbino il manovratore. Ed ecco che, di fronte a una realtà nera, chi la vuole indagare non può che scrivere in nero, noir, inteso come modo di narrare che squarcia la realtà e non ha paura di dipingerla per quel che è, non ha paura di girare al contrario, non più mansueto ingranaggio ma scheggia impazzita.”

Dunque il noir può e deve portare alla luce i fitti misteri che compongono questo paese. Alcuni autori hanno cercato di dare voce a quest’esigenza. Nel prossimo articolo scopriremo come.

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