Luna Park, un racconto di Marco Ischia


Marco Ischia, l’autore di “Delitto di paese”, ispirato alla figura di Duca Lamberti e vincitore dell’edizione 2011 di “Giallo di Romagna”, torna a trovarci. Lo fa con gusto, regalandoci questo solitario e fumoso racconto dai toni noir.

Luna park – Marco Ischia

Gocce di pioggia sui vetri luridi. Immagini che arrivano ai miei occhi deformate. Immagini artefatte da strati di ricordi lontani.

Butto lo sguardo oltre quello che resta della recinzione. Arbusti aggrovigliati a spezzoni di rete sciupati dall’incessante lavoro della natura. Tratti di urbanizzazione ceduti all’origine della terra, ferro corroso, legno marcio che diventa terreno fertile e un appezzamento spoglio e grigio.

Anche il cielo è grigio, l’umidità sembra fagocitare i colori nelle sue particelle impalpabili. I colori vividi, le luci colorate, le musichette divertenti, tutto è passato, non si sente più nemmeno l’odore dello zucchero filato.

Che il tempo passa lo sapevo, non mi serve guardare fuori dalla finestra, non mi serve nemmeno uno specchio. Le mani segnate da ragnatele di piccoli solchi, sono diventate snelle, ossute, scarne. Oltre la recinzione rimangono solamente cataste deformi, relitti arrugginiti, scheletri di ciò che c’era prima.

Bastava poco per farci divertire, una piattaforma girevole, una dozzina di cavalli, il tutto condito da colori sgargianti e melodie tipo carillon. A pensarci bene era proprio questo, un grande carillon sospeso fuori dal tempo, fuori dalle difficoltà della vita. L’unico passatempo che ci facesse dimenticare quanto poco avevamo, l’unico svago oltre la partita al campetto con gli amici. Circonferenze cicliche, mosse sul perno di quello spicchio di vita nel paese dei balocchi. Essere fermi e muoversi allo stesso tempo, essere per quei pochi istanti al centro della vita, ammirato e invidiato. Sapevi già che sarebbe durato troppo poco, ma non importava, sognavi che almeno per quella volta durasse un po’ di più, che fossi tu il fortunato ad essere ammirato più degli altri. A cavallo di un ronzino di legno diventavi il più impavido dei cavalieri, il più azzurro di tutti i principi.

Poi suonava la campana e la vita iniziava a girare per qualcun altro, questa volta restavi a guardare da fuori, ancora euforico, ma in fondo un po’ triste.

Anche oggi guardo da fuori, lo sguardo è ancora fisso al di là della recinzione, sto cercando la chiave, quella che carica il grosso carillon, quella che carica il mio cuore di ricordi piacevoli, perché solo quelli oramai mi sono rimasti.

Molti direbbero che sono vecchio, in realtà sono come quello che resta della giostra in fondo al piazzale, un cumulo di assi rotte e colori smorti. Sono quello che resta di un uomo solo, con tanti ricordi e nessuno a cui raccontarli.

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