Stazione centrale ammazzare subito


Sabato pomeriggio sono andato in Stazione centrale a Milano per prendere il treno che mi avrebbe portato a Rimini. Lì avrei trovato i miei amici, per festeggiare con un week-end “vecchia maniera” (cioè quando eravamo tutti single) i dieci anni dalla nostra prima vacanza insieme, nell’ormai lontano 2002.

Era un sacco di tempo che non mi muovevo da solo per la Stazione centrale. Esattamente dal 2004, quando ho dovuto accorciare le vacanze per problemi con le ferie. Strano, come la vita si riproponga nelle stesse modalità.

A me che abito ai bordi di Monza, grande città ma non certo come Milano, la Stazione centrale ha sempre trasmesso un po’ di timore. Così grande, anzi immensa, il via vai dei passeggeri, il rumore delle tazzine dei caffè bevuti nei bar, la voce dell’interfono (“il diretto per Bari è in partenza al binario 9”), il passo cadenzato dei poliziotti della Polfer. Un caos organizzato, dal quale mi sono sempre sentito assorbito, come una barca risucchiata dal mare in tempesta.

Ho pensato così al racconto di Scerbenenco (sì, sempre lui), quel “Stazione centrale ammazzare subito” inserito nella raccolta “Milano Calibro 9”. Mi faceva sorridere l’idea che i personaggi di quel racconto avessero mosso i loro passi sullo stesso pavimento che stavo calpestando in quel momento.

Il racconto parla del traffico di preziosi, che avviene attraverso lo scambio di valigie all’interno di una caffetteria. Il corriere milanese arriva con una valigia e l’abbandona in un angolo del bar. Qui attende l’arrivo del treno da Ginevra, dove scenderà il complice che raccoglierà il bagaglio, per poi ripartire verso la Svizzera con il convoglio seguente. Le cose si complicano quando i misteriosi mandanti ordinano al corriere milanese di consegnare un bagaglio imbottito di tritolo, per far fuori il ginevrino, divenuto scomodo. Per questo quel titolo così criptico e duro: “Stazione centrale ammazzare subito”.

Allora mi sono immaginato Scerbanenco, che in un sabato pomeriggio degli anni ’60, capita in stazione centrale, per prendere il treno verso la Romagna o la Liguria, per godere di quelle benedette ferie che non riuscivano a distoglierlo dallo scopo della sua vita: scrivere. Immaginarlo lì, seduto sulle panchine in attesa della partenza (chissà com’era la Stazione centrale nel 1965…), mi ha messo di buon’umore. A volte basta un semplice episodio per dare il via alla macchina della creatività. Il noir è il quotidiano, è ciò che viviamo ogni giorno, non c’è bisogno di grandi ricerche, di percorrere lunghi cammini, per avere delle idee.

Basterebbe, a volte, dover prendere un treno, in una stazione qualunque, verso un luogo che non interessa particolarmente.

L’importante è partire.

Era mercoledì pomeriggio, erano quasi le quattro di quel torrido pomeriggio di metà maggio, già più caldo che d’estate, e lui prese la rivoltella nella borsa di pelle che teneva sotto il cuscino, se la mise nella tasca dei calzoni, così, semplicemente, uscì dalla stanza numero 14 dell’alberghetto vicino a piazzale Duca d’Aosta e, calmo, possente, con quel corpo pesante, sotto l’afa e il polline che volava nell’aria rendendola ancora più irrespirabile, raggiunse la Stazione Centrale.

Omar Gatti

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Una risposta a “Stazione centrale ammazzare subito

  1. Le idee migliori nascono sempre dal quotidiano, è vero. A proposito di stazioni, non mi sembra ci siano noir e gialli incentrati su quella di Termini, a Roma. La frequento abitualmente e… Eccola, l’idea per un racconto, e la trovo promettente. Comincio subito!

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