Un calice con Osvaldo Capraro


Osvaldo Capraro, brindisino trapiantato in Svizzera, è l’autore del noir mediterraneo che finora mi ha colpito maggiormente, ovevro “Nè padri, nè figli”. Un romanzo dove si mescola paura, miseria, corruzione e l’iniziazione criminale di un ragazzo che sembrava destinato a un futuro di calciatore. Ho contattato Osvaldo per farmi raccontare la sua visione del noir e della scrittura e sono ben felice che abbia accettato.

Noir Italiano: Ciao Osvaldo e benvenuto. Visto il luogo, direi che un calice di Negroamaro è quel che ci vuole…

Osvaldo Capraro: Sai come prendermi, il Negroamaro è il mio vitigno preferito. Meglio ancora se della mitica annata ’97 (in giro ne sono rimaste poche bottiglie e costano più di un rene).

NI: Cosa significa per te noir?

OC: Innanzitutto, considero il noir molto più di un genere letterario (che per noi italiani corrisponde spesso a letteratura di serie b). Diciamo che non riesco a separare letteratura “bianca” da una parte e noir dall’altra. La settimana scorsa, per esempio, ho riletto il Contesto di Leonardo Sciascia: secondo te, a quale genere appartiene? O, per tornare a qualcosa di più recente, e questa la prendo da Massimo Carlotto: Accabadora di Michela Murgia è letteratura “bianca” o purissimo noir? E potremmo andare avanti con un elenco sterminato di autori la cui opera trovo dannoso classificare su un versante o sull’altro. Poi è anche vero che ci sarebbe l’elenco dei molti, troppi autori che dagli anni 2000 in poi si sono autodefiniti noir, solo perché hanno ricalcato forme già disegnate da altri. Si tratta di operazioni editoriali che hanno sfruttato la moda del momento, confermando però il pregiudizio che il genere fosse frequentato da autori di scarsa qualità e originalità. In parole povere, hanno screditato il noir, decretandone la morte, almeno in Italia.

Ma tornando alla tua domanda. Il noir per me è un modo di prendere le misure all’esistenza, di affrontarla e svelarne i risvolti più nascosti, meno consolatori, insomma più autentici. In un contesto di pensiero unico e di società dello spettacolo, cioè di spettacolarizzazione dell’inganno, la letteratura ha una funzione apocalittica nel senso etimologico del termine, cioè di “togliere il velo”. Funzione che i migliori autori noir, da Hammett in poi, hanno saputo esercitare egregiamente.

NI: Cosa rende la Puglia una regione noir?

OC: Fino alla fine degli anni ‘90 pochi la ritenevano una regione interessante. La caduta del muro di Berlino l’ha trasformata di colpo in terra di frontiera e la frontiera è un serbatoio di storie. Negli stessi anni, la criminalità locale passava dal rango di manovalanza per conto terzi a interlocutrice delle altre mafie tradizionali, processo accentuato e favorito dal ribollire di mutamenti nei Balcani. Improvvisamente noi pugliesi ci siamo scoperti al centro delle attenzioni di giornalisti che venivano qui per cercare di scoprire cosa stesse succedendo. E difatti ne accadevano di situazioni: traffici di sigarette, armi e droga; masse di persone classificate di colpo come clandestini con il conseguente slittamento del significato di criminalità sul versante del disagio sociale; centri di detenzione simili a lager (col ruolo di alcune chiese locali passato fin troppo sotto silenzio); campi del Tavoliere pieni di nuovi schiavi; militarizzazione del rapporto con le popolazioni straniere (l’indegna vicenda della Kater I Rades, una barchetta di uomini donne e bambini affondata da una nostra nave militare).

Mentre con lo smantellamento delle grandi industrie di Brindisi e Taranto si riduceva di molto il proletariato tradizionale, un nuovo sottoproletariato costituito da immigrati africani e dell’est Europa prendeva il posto dei cafoni di un tempo. Una nuova borghesia lazzarona, intanto, alla faccia di tangentopoli, ramificava i suoi interessi fino a entrare nelle stanze del potere (un esempio su tutti, Giampy Tarantini e i suoi rapporti con l’allora presidente del consiglio. Non più soldi in cambio di appalti, ma escort). È come se, a un certo punto, la storia qui avesse cominciato a ruotare più velocemente che altrove. Per raccontare tutto questo non è necessario scegliere un genere letterario: è già noir di suo.

NI: Il tuo libro (Né padri né figli) è un noir mediterraneo molto duro e cattivo, che svela aspetti di una terra che per molti è solo un luogo di vacanze. Com’è nata l’idea di scriverlo?

Da una telefonata con un amico giornalista. Mi disse che la Puglia aveva dinamiche così complesse che neanche un reportage, per quanto ben scritto, sarebbe stato in grado di raccontarla e che forse qualcuno avrebbe dovuto provarci con la narrativa. Non so se ci sono riuscito, ma ci ho provato.

NI: Quando scrivi un romanzo lo fai in pochi giorni, come in una trance creativa, oppure è un processo lento e logico?

OC: In genere non sono lento, ma lentissimo. Sarà perché sono anche pigro, disordinato e contraddittorio. Mi piace andare con calma e mi disperdo in una miriade di interessi che spesso non c’entrano molto gli uni con gli altri, anzi qualche volta cozzano di brutto.

NI: Il noir è soprattutto documentazione. Come affronti la cosa?

OC: Mi servo di libri, quotidiani, film, documentari per costruirmi un’idea più generale dell’argomento su cui vado a scrivere. Poi cerco di incontrare gente che le situazioni che seleziono le ha vissute o comunque ne sa più di me. Ma il punto nodale è la mia esperienza personale. Diciamo che fino ai miei 35 anni ho accumulato un serbatoio di esperienze abbastanza intense in settori molto eterogenei e quando queste esperienze ti si ficcano nel cervello, poi è difficile staccarsene. L’unico problema è saperle decantare per renderle presentabili. Forse è per questo che sono così lento: ci vuole tempo.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

Ispirandomi alle riflessioni del procuratore Roberto Scarpinato: preferisco una letteratura che, più che scrivere sul potere della criminalità, stimoli a pensare alla criminalità del potere.

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