Scerbanenco al cinema


Riporto qui, integralmente e senza modifiche, un approfondito articolo che ho trovato sul sito “Il Davinotti”. Si tratta di una lunga descrizione dell’influenza che lo scrittore Giorgio Scerbanenco (si, sempre lui), ha avuto sul cinema noir italiano.

La versione originale dell’articolo è a questo link.

Autore dell’articolo è un utente di nome “Il Dandi”, che purtoppo non sono riuscito a contattare. Spero che se leggerà questo post, possa contattarmi perchè mi piacerebbe fare quattro chiacchere.

Articolo originale

SCERBANENCO AL CINEMA

Negli anni più recenti il genere noir è diventato talmente protagonista del panorama letterario italiano che potremmo parlare addirittura di crisi del genere, tanto ormai le sue potenzialità sembrano sature (e da salutare con l’affettuoso appellativo di “romanzo bianco” tutta quella parte di produzione letteraria contemporanea che ne resta al di fuori). Eppure pochi decenni fa la situazione era opposta, come dimostra la genesi del nostro cinema poliziesco e thriller: i film inizialmente sembravano quasi costituzionalmente costretti ad essere ambientati all’estero per essere credibili, e hanno fatto una gran fatica ad “italianizzarsi” nello stile e nelle ambientazioni. Se il noir italiano (e non “all’italiana”) ha un padre identificabile, per dire tutto in una formula, il suo nome è senza dubbio quello di Giorgio Scerbanenco, lo scrittore a cui oggi è intitolato il più prestigioso premio di letteratura poliziesca. Ciò che risulta interessante e raro è che della narrativa di Scerbanenco il cinema seppe approfittare con una prontezza non comune, anche dimostrando una buona capacità di traduzione del suo linguaggio (nel bene e nel male).

GLI INIZI

Guarda caso, Scerbanenco del tutto italiano non è. Nato col nome di Vladimir Serbanenko nella città russa di Kiev (il 28 luglio 1911), da padre ucraino e madre italiana, lo scrittore si stabilì con la famiglia nella “sua” Milano solo all’età di 16 anni (dove morirà nel 1969). Forse è proprio il suo occhio di forestiero che gli consentirà di cogliere, anche linguisticamente, i dettagli che faranno la fortuna e il fascino della sua narrativa; un po’ come accade a Pasolini quando si trasferisce a Roma ed entra in contatto col mondo delle borgate. In realtà la produzione di Scerbanenco è vasta ed articolata: prolifico autore di racconti rosa, fu titolare anche di una rubrica di “Posta del cuore” sulla rivista femminile Annabella; si è dedicato al genere sentimentale, western e fantascienza, ma il suo nome resta indissolubilmente legato alla narrativa noir. I suoi primi esperimenti nel genere arrivano già nel 1940 con la figura dell’investigatore Artur Jelling in Sei giorni di preavviso: durante il Fascismo, che impedisce di fatto la narrazione di attività criminali sul suolo italiano, anche Scerbanenco è costretto ad ambientare le sue storie in America, ma lo fa con un escamotage di gran classe: non conoscendo la città di Philadelphia inventa un investigatore che lavora in archivio e riesce a risolvere il caso praticamente senza quasi mai uscire dalla sua stanza.

DUCA LAMBERTI

Tuttavia è solo negli anni Sessanta che Scerbanenco conosce il successo di massa, segnatamente con la creazione del suo personaggio più fortunato: Duca Lamberti. Figlio di un poliziotto morto (dal quale ha ripreso il carattere sanguigno e l’ansia di giustizia), ex-medico (attività da cui eredita il razionalismo cinico di Sherlock Holmes), Duca Lamberti è stato radiato dall’Ordine per eutanasia, e per questo ha anche scontato un periodo in carcere. Grazie all’interessamento del dottor Carrua, ex-collega ed amico del padre, Duca inizia a collaborare con la Questura milanese di via Fatebenefratelli, e col tempo finisce per essere assunto in servizio permanente. Sospeso tra l’illuminismo della scienza e il pessimismo della cronaca, tra idee  progressiste e un carattere conservatore, il personaggio di Duca Lamberti è protagonista di quattro romanzi: Venere privata (1966), Traditori di tutti (1966), I Ragazzi del massacro (1968) e I milanesi ammazzano al sabato (1969), tutti editi da Garzanti. Alla fine dell’ultimo romanzo Duca riceve la comunicazione di essere stato reintegrato nell’Ordine e resta a tormentarsi nel dubbio se tornare a fare il medico o continuare a fare il poliziotto, sentendosi ormai fallito in entrambi i ruoli. Sempre nel 1969 Garzanti pubblica le raccolte di racconti Milano calibro 9 e Il centodelitti: si tratta di storie di malavita che perlopiù si muovono nello stesso orizzonte degli altri romanzi, ma senza nemmeno più il filtro di un personaggio positivo come Duca Lamberti a esplorare quel mondo.
Nelle immagini a corredo ecco due diverse versioni del brigadiere Mascaranti: quello del film di Di Leo, più aderente al libro, e quello bello del film di Tessari, che inverte la differenza d’età con Lamberti ma rispettandone la distanza intellettuale.

IL SUCCESSO E IL CINEMA

Di fatto nel biennio ’69-’70 assistiamo ad un’ondata di film tratti dai suoi libri, tuttavia si tratta di progetti scollegati che non costituiscono una vera e propria “serie” organizzata: Traditori di tutti è l’unico dei quattro romanzi su Duca Lamberti a non conoscere una trasposizione cinematografica, e nei tre film che vengono realizzati l’eroe scerbanenchiano viene interpretato da tre attori diversi e raccontato da altrettanti registi. Il primo a farlo è Fernando Di Leo, che resta ancora oggi il più plausibile e riconosciuto “alter-ego” di Scerbanenco in ambito cinematografico: I ragazzi del massacro esce in sordina nel 1969, e pur prendendosi numerose libertà rispetto al racconto originale (Duca Lamberti viene presentato tout-court come un commissario di polizia senza accenni alla sua vicenda privata, il personaggio dell’amica Livia viene fuso con quello dell’assistente sociale, e perfino l’identità dell’assassino viene modificata), lo spirito scerbanenchiano ne esce straordinariamente intatto. Il protagonista è il valido Pier Paolo Capponi, inedito (per i tempi) sbirro in t-shirt Polo, che alterna sapientemente sprazzi di umanità ad esplosioni di collera sanguigna. Ma il valore aggiunto del film è il gusto neo-neorealista e para-pasoliniano nella tipizzazione degli attori non-professionisti, i ragazzi del titolo, quasi tutti alla loro prima e ultima esperienza da attori. I ragazzi del massacro è anche l’unico film tratto da un suo libro che Scerbanenco ebbe modo di vedere e (a quanto pare) di apprezzare. Infatti il 27 ottobre dello stesso anno lo scrittore muore, senza avere tempo di vedere realizzate altre trasposizioni delle sue opere.
Alla fine del 1970 escono, a distanza di poche settimane, altri due film dedicati a Duca Lamberti: il primo è Il caso “venere privata” (titolo originale Cran d’arret) è una produzione francese, diretta da Yves Boisset con protagonista Bruno Cremer (recentemente celebre nei panni di un Maigret televisivo), ma mantiene l’ambientazione milanese del romanzo. Pur non essendo del tutto riuscito e molto edulcorato nel finale, il film ha il merito fondamentale (oltre a quello di mostrare un nudo della giovane Raffaella Carrà), mettendo in scena il primo romanzo della serie, di restituire il personaggio di Lamberti alla sua complessità letteraria: non un qualsiasi questurino, benché stravagante, ma il medico che si appassiona ad un giallo quasi per caso, anzi addirittura per noia.
La morte risale a ieri sera, diretto da Duccio Tessari, è tratto da I milanesi ammazzano al sabato: è l’unico film a non riconoscere i crediti di Giorgio Scerbanenco nei titoli di testa e a modificare il titolo del romanzo originale, probabilmente per questione di diritti. Anche Tessari, come Di Leo, apporta le sue modifiche alla trama, ma nel complesso ne risulta un poliziesco piuttosto elegante ed anomalo. Duca Lamberti stavolta è impersonato da Frank Wolff, scelta in controtendenza che mostra un protagonista più maturo, unto e sgualcito come un Tenente Colombo: come gli rinfaccia la fedele Livia (che qui per semplificazione diventa sua moglie) Duca “sta invecchiando, e ha paura di non fare più in tempo a cambiare il mondo”, diventando così un finto duro che si vergogna della sua sensibilità.
Impossibile dire chi, tra i tre attori che lo hanno impersonato, sia il “vero” Duca Lamberti, ma tale varietà di caratterizzazioni non ha fatto altro che ampliare le sfaccettature del personaggio, accrescendone il fascino. Nondimeno l’influenza di Giorgio Scerbanenco sul noir italiano travalica i confini della sua creatura più fortunata: negli anni Settanta, col crescere delle tensioni sociali e della violenza urbana, ormai è proprio la lividezza metropolitana di Scerbanenco, più che l’indignazione civile di Sciascia, a fornire la principale ispirazione al cinema.
Il contraltare perfetto dello scrittore di Kiev si conferma ancora Fernando Di Leo: Milano calibro 9 (1972) attribuisce il soggetto all’omonima raccolta di racconti, invero piuttosto generosamente, dal momento che il film appare totalmente farina del sacco del regista-sceneggiatore e si limita, oltre a prendere in prestito il titolo, ad ispirarsi al racconto Stazione centrale ammazzare subito per la breve e marginale scena della bomba. Perfino il protagonista Ugo Piazza è una creatura originale, ma è indubbio che il regista pugliese si muove nello stesso orizzonte di valori e con la stessa attenzione ai dettagli della modernità dello scrittore scomparso, ed è probabile che Di Leo ci tenesse soprattutto a pagare il suo debito nei confronti del maestro scomparso.
Paradossalmente il racconto Milan by calibro 9 che apriva la raccolta di Scerbanenco è invece alla base del film successivo di Di Leo, La mala ordina (1972), che pur senza fare nessun riferimento allo scrittore in realtà si limita ad amplificarne ritmi e situazioni, approfondendo un mondo che il racconto sintetizzava in poche pagine.
Sempre Fernando Di Leo è responsabile, in qualità di sceneggiatore, dell’ottimo Liberi, armati, pericolosi diretto nel 1976 da Romolo Guerrieri, che ha l’intuizione di unificare due racconti separati di Scerbanenco (Bravi ragazzi bang-bang e In pineta si uccide meglio, sempre tratti da Milano calibro 9) per costruire una storia sulla delinquenza giovanile dell’epoca, inserendo il personaggio di un commissario educatore e garantista (interpretato da Tomas Milian) che ricorda quello di Luigi Pistilli in Milano calibro 9,  coerentemente con l’universo “mitico” che lega il regista pugliese allo scrittore di Kiev.

LA TELEVISIONE

Nel 1978 anche la RAI, passato ormai qualche anno dai successi del Maigret di Gino Cervi e del Nero Wolf di Tino Buazzelli, rende omaggio a Scerbanenco con la mini-serie Quattro delitti, che mette in scena quattro racconti della raccolta Il centodelitti (Professione farabutto, Per due testoni, Winchester M2 e Quasi due metri). Nel 1984 il veterano degli sceneggiati Daniele D’Anza (Il segno del comando, L’amaro caso della baronessa di Carini) recupera per la RAI il vecchio romanzo di Scerbanenco La ragazza dell’addio, giallo risalente al 1956, ma anche stavolta il telefilm non ottiene il successo sperato. Un racconto del Centodelitti di Scerbanenco ispira anche L’uomo che non voleva morire (1988) di Lamberto Bava, episodio del ciclo di film per la tv Alta tensione prodotti da Reteitalia, che pur restando nei limiti di una confezione televisiva (cattivi attori, basso budget, brutta fotografia) è un dignitoso thriller che dosa suspense e violenza con un certo garbo; tuttavia, pur essendo forse uno dei migliori tv-movie del regista, per ragioni di produzione resterà praticamente inedito (vedi approfondimento sugli horror italiani in tv).

GLI ULTIMI FUOCHI

Destino non migliore ha avuto la serie RAI Occhio di falco (1995), diretta da Vittorio De Sisti e interpretata da Gene Gnocchi, che per colpa di una produzione troppo travagliata (e di troppi sceneggiatori: ben sette, quanti gli episodi) non solo rinuncia a dare al protagonista il nome di Duca Lamberti, ma vira con decisione sulla commedia e alla fine di scerbanenchiano non resta alcunché. Prevista come programmazione estiva (pratica che in RAI equivale al procurato suicidio) alla fine viene addirittura soppressa per mancanza di ascolti e cade nel dimenticatoio senza il rimpianto di nessuno.
L’ultimo lavoro di ispirazione scerbanenchiana ad essere degno di nota risale dunque al 1993: Spara che ti passa (titolo originale Dispara!) dello spagnolo Carlos Saura è ispirato all’omonimo racconto, forse di tutta la raccolta Milano calibro 9 quello più assurdo e più difficile da trasformare in un film. Certo che con l’ambientazione spagnola contemporanea va da sé che le atmosfere scerbanenchiane vengano snaturate in partenza, ma a parte questo il film si riduce comunque a un polpettone ammiccante e sensazionalista, senza sfruttare minimamente le potenzialità più interessanti del racconto e insistendo pateticamente su quelle più ovvie.
Questo è tutto, almeno per il momento, ma data la vastità della produzione scerbanenchiana e il riconosciuto prestigio cheoggi viene attribuito alla sua influenza sul cinema e sulla letteratura noir, non è detto che il futuro non ci riservi nuove trasposizioni cinematografiche delle sue storie: nel 2007 l’editrice Garzanti ha reso omaggio al suo antico successo pubblicando Il ritorno del Duca, una raccolta di 16 racconti, affidati ad altrettanti affermati giallisti, che fanno rivivere il personaggio di Duca Lamberti: voci di una possibile trasposizione televisiva naturalmente hanno iniziato a circolare da subito… di certo siamo in tanti a sperarlo.

Se t’interessa l’argomento, allora dai un’occhiata a:

Scerbenanco Calibro 9, biografia di Giorgio Scerbanenco

Il mondo di Giorgio Scerbanenco

Scerbanenco al cinema

Scerbanenco è tornato

Stazione centrale ammazzare subito

Milano noir, omaggio a Giorgio Scerbanenco

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