Lombardia


Luogo

Desio (MB)

Vino consigliato

Valcalepio Rosso DOC, Azienda agricola Le sorgenti (BG)

Degustazione di

Tagliere di salumi nostrani e di formaggio caprino di Montevecchia

Racconto

Solo un nonno di Omar Gatti

“Sono spiacente signor Ballabio ma sono convinta che questa sia la soluzione migliore”

“Ma senta, io non capisco, mi dice questo e quell’altro, ma..ma secondo lei è meglio portare il bambino in comunità o lasciarlo al suo nonno?”

“In casi come il suo, il legame di parentela non comporta alcun diritto all’affidamento”

“Signora, lei parla parla ma non dice niente! Io le ho chiesto: secondo lei è meglio che questo povero fiò stia con i nonni o vada a finire in un orfanotrofio?”

“Signor Ballabio, quello che penso io è indifferente ai fini della legge”

“Legge, legge, legge, vi riempite la bocca con ‘sta parola. Legge maledetta che pensa solo ai ricchi e ai delinquenti e alle persone perbene le mette in croce, Dio d’un Dio!”

“Si calmi, signor Ballabio, la prego di calmarsi”

“Eh calmarsi, calmarsi. A lei gliel’hanno mai portato via un figlio?”

“Signor Ballabio, non si tratta di suo figlio bensì di suo nipote”

Ballabio sbattè il pugnò sul tavolo.

“E’ come se fosse mio figlio! Io lo vesto, lo porto all’asilo, lo faccio giocare, lo metto a letto, mia moglie lo cura quand’è ammalato. Se mio figlio a l’è un delinquente non deve pagare il bambino!”

“Signor Ballabio, tra una settimana l’ufficio dei minori effettuerà un’ispezione a casa sua per verificare se sussistono le condizioni per affidare il bambino alla sua tutela. Ora la saluto. Stia calmo e vedrà che andrà tutto bene”.

“Tutto bene le palle del frate Giulio” pensò Ballabio mentre guidava nel traffico che intasava l’ingresso della Milano-Lecco. Guadagnò l’uscita di Desio a fatica. Colonne di auto imbottigliate di ritorno dal lavoro bloccavano la strada. Pensieri neri s’affacciavano sul suo viso stanco. Anche un padre di famiglia arriva a sentirsi sopraffatto. Raggiunse via Filippo da Desio, in zona ex Autobianchi. Una volta era una zona industriale, l’Autobianchi produceva le Y10 e la Brollo sfornava profilati metallici, ma dopo anni di degrado e abbandono, era stata riqualificata dal comune. File di uffici, allegri condomini e palazzine residenziali coloravano la zona. Ballabio lasciò l’auto lungo la strada e citofonò a casa. Salì le scale con un peso sullo stomaco. Ora veniva il bello. La moglie lo attendeva sull’uscio.

“Allora che hanno detto?”

“Mah, dicono che verranno qui a far delle valutazioni. Per vedere se trattiamo bene il bambino”

“Certo che lo trattiamo bene! Come si permettono?”

“Mirella metes no anca ti! Ho già litigato con l’assistente sociale. Luciano?”

“Dorme”

“Almeno se dorme non fa bigolate”

“Non dire così, è pur sempre nostro figlio”

“Io non ho cresciuto un figlio così. Cià, fam un caffè, per l’amor d’un Signore”

Si spostarono in cucina. La moglie mise una moka da due sul fuoco e si sedette al tavolo con il marito.

“Allora dici che ce lo portan via?”

Ballabio si passò una mano sulla fronte. Sospirò.

“Non lo so. Non so niente, dicono che essere i nonni serve a niente. Se non gli va bene casa nostra dicono che lo mandan in comunità”

“No, che disgrazia” disse la moglie, con gli occhi che le si tinsero di lacrime.

“Non piangere Mirella, vedrai che una soluzione la trovo. I daneè anche. Te l’ho promesso, no?”

Ballabio passò una mano sul viso della moglie. Sembrava una bambina spaurita.

Una voce impastata di sono li raggiunse dal salotto: “Che c’è da mangiare?”

“A gh’è nient! Va’ a lavorare che poi a te do de mangià!” urlò Ballabio.

Luciano, il figlio, entrò in cucina. Indossava solo un paio di slip bianchi. Aveva la faccia allucinata, capelli lunghi e spettinati e una brutta pancia da alcolizzato.

“Mà, che c’è da mangiare?” ripeté sedendosi al tavolo.

“To detto che a gh’è nient! Via, va a lavorare!” rincalzò Ballabio “E, delinquente, m’ha dì che voglion portar via Francesco. E lo mandano in comunità!”

“E a me che mi frega?” rispose strafottente il figlio.

Ballabio si alzò in piedi. “Che te frega? A l’è tuo figlio! Tuo e de quella troia da tua dona che l’è scappata in Sicilia con i daneè de l’appartamento! Come che te frega?”

“Ascolta, vecchio. T’ho detto che non me ne frega un cazzo!”

“Ma mi ta cupi! Brutto fiò d’un cane! Ma come non ti frega!”

Ballabio non immaginava che il figlio avrebbe potuto reagire in quella maniera. Non poté prevedere lo scatto e nemmeno le mani che strattonavano la sua maglia. La spinta contro il muro gli fece battere la nuca. La vista gli si appannò.

“Vecchio di merda! Non me ne frega un cazzo di te e di quel bastardo. Per me può anche andare sotto al ponte, hai capito?”. L’alito puzzava di alcol. Gli occhi erano due macchie rosse che contrastavano con il pallore del viso.

“Come i permetti di mettere addosso le mani a tuo padre!” urlava la madre “Vai via di qui! Via, non ti voglio più vedere. Urlare così, ci sentono tutti! Che schifo! Schifo! Schifo!”

Luciano lasciò la presa.

“Parlami ancora così vecchio e la prossima volta t’ammazzo” urlò prima di sparire in salotto.

Ballabio rimase a massaggiarsi la nuca, mentre la moglie scoppiava in un pianto furioso.

“Non piangere” ripeteva alla moglie “Ghe penserò mi” aggiunse, mentre avvertiva un peso sullo sterno.

La vita dell’onesto Giovanni Ballabio aveva cominciato a crollare quando suo figlio Luciano era tornato a casa insieme a Desara, ragazza albanese brutta come il peccato. Ballabio aveva pensato ad una stupida cotta tra ragazzi cresciuti ma quando Luciano aveva detto “Desara è incinta”, l’arrosto di sua moglie gli era rimasto in gola. Quel pirla di suo figlio l’aveva montata una volta e l’aveva messa incinta! E ora, se non la sposava, il padre di lei gli avrebbe fatto la pelle. Desara oltre essere brutta era anche povera e perciò la casa dei due novelli sposi l’aveva pagata lui, Ballabio, che qualcosa da parte, da buon brianzolo, ce l’aveva, al contrario del figlio. Ma era una cosa che non poteva durare. Infatti i due si erano separati dopo nemmeno sei mesi di convivenza. Luciano vendette la casa ad un amico ma un giorno lo chiamarono dalla banca dicendo che la sua compagna, che aveva potere di firma sul conto, aveva prelevato tutto. Scappata in Sicilia con un camionista. E a Ballabio rimanevano un figlio inetto da mantenere e un neonato da far diventare grande. Luciano non andava più al lavoro, beveva, diventava sempre più cattivo e se ne fregava di suo figlio. Lui e sua moglie ne erano diventati i genitori. Così, giorno dopo giorno, i risparmi che voleva destinati ad una casa a Varigotti per passarci una tranquilla vecchiaia, venivano erosi da quelle due bocche da sfamare. Una innocente, l’altra meno.

Il vero problema arrivò quando Francesco, il nipotino, dovette cominciare ad andare all’asilo. Le maestre, vedendo che era sempre il nonno a portarlo e ad andarlo a prendere, cominciarono a fare delle domande. All’inizio Ballabio si scusò dicendo che il figlio lavorava ma in Brianza tutto viene a galla, perché farsi i fatti degli altri è un fatto di cultura. Così Ballabio dovette ammettere la disastrosa situazione in cui versava la sua famiglia. E le maestre avevano pensato bene di chiamare i servizi sociali. Da un anno, la dottoressa Ferrario dell’istituto dei minori di Monza, lo seguiva attentamente, valutando le condizioni di vita del povero Francesco, che se una colpa aveva, era quello di essere venuto fuori dall’incontro da il seme di un padre inetto e l’utero di una madre zoccola. Servizi sociali o no, il momento più bello della giornata di Ballabio rimaneva quello in cui andava a recuperare il nipotino a scuola, farsi raccontare dalle maestre i progressi, sentire le filastrocche recitate e le marachelle combinate. Quel pomeriggio si recò all’asilo di Desio con un brutto nodo in gola. La Ferrario era fermamente convinta a portargli via il bambino e la legge italiana non affida automaticamente i nipoti ai nonni, in caso di mancanza dei genitori. Ci saranno giudici, sentenze, testimonianze, perizie, prima di sentirsi dire “mi spiace ma Francesco non può venir affidato a voi”. Ballabio si fermò di fronte all’ingresso. Salutò due coscritti che anche loro erano diventati i bay-sitter dei nipotini. Il loro caso era ben più fortunato, i figli lavoravano e loro, per risparmiare soldi di una baby-sitter ed impegnare il tempo, si godevano i loro nipotini tutti i santi giorni, comprando loro solo caramelle e giochi e sorbendosi le urla dei figli che li accusavano di viziarli. Lui, Ballabio, il suo nipotino doveva mantenerlo, sfamarlo, vestirlo e dargli un’educazione. Dio com’era difficile.

Una marea di bambini uscì vociando dall’asilo. Ballabio intravide Francesco che parlava con un compagno. Quando il bambino lo raggiunse, questi lo abbracciò, serrandogli le ginocchia tra le braccia.

“Questo è il mio nonno!” disse il bimbo all’indirizzo dell’altro compagno “Non è tuo, è solo mio, mio! Il mio nonno!”

Se a Ballabio avessero strappato il cuore con una tenaglia, gli avrebbero procurato meno dolore. A fatica ingollò le lacrime che stavano per uscire e prese per mano il bambino.

“Cos’hai fatto oggi?” chiese mentre attraversavano mano nella mano il centro di Desio.

“Abbiamo imparato a contare fino a dieci” rispose il bimbo.

Passarono l’intero tragitto fino a casa contando da uno a dieci e da dieci a uno, senza mai fermarsi.

Il giorno dell’ispezione, Mirella, la moglie di Ballabio, aveva sistemato la casa, pulendo da cima a fondo, anche dove non serviva. L’appartamento della famiglia Ballabio splendeva di pulizia e profumava di Mastrolindo alla mela verde. Luciano aveva avuto l’accortezza di menare le tolle. Vennero in tre: la dottoressa Ferrario e altri due attempanti e precisi funzionari. Avevano l’aria d’impiegati del catasto vestiti troppo bene. La Ferrario li presentò come lo psicologo e il direttore dell’istituto dei minori. La Ferrario e il direttore si fermarono a osservare la casa, la cameretta del bambino, la cucina, scribacchiando chissà cosa su dei fogli. Lo psicologo passò quasi un’ora con il bambino, che per l’occasione non era andato all’asilo. Terminato il colloquio, i tre bevettero il caffè della signora Mirella e se ne andarono.

“Che dici, Giuanin?” chiese la moglie, mentre rigovernava la cucina

“Boh!” rispose lui, allargando le braccia in un gesto sconsolato “cià, vedo come sta il fiolin”

Si recò in camera da Francesco. Lo trovò per terra, a giocare con delle macchinine.

“Su da terra Francesco, lo sai che la nonna non vuole. Vieni qui dal tuo nonno” disse mentre sedeva sul bordo del letto.

Il bambino gli si avvicinò e lui lo fece sedere sulla sua gamba.

“Cosa ti ha detto quel signore?”

“Se qui è bene, nonno, e poi ha detto che la nonna è brava”

“Davvero. E te cos’hai detto?”

“Che io voglio bene ai nonni”

“Bravo amore mio. E poi?”

“Che il papà batardo”

Ballabio si sentì morire.

“Cosa?”

“Nonna ha detto che papà batardo. Cosa vuol dire nonno?”

“Niente, niente. Fai il bravo. Torna a giocare”

Ballabio tornò in cucina.

“Mirella, hai detto al bambino che suo papà è un bastardo?”

Sua moglie impallidì.

“O Gesù! L’ho detto a mia sorella ieri, per telefono. Perché?”

“L’ha ripetuto allo psicologo”

“Oh Signore! Mi spiace Giuanin, scusa. Che guaio, che guaio!”

Ballabio non riuscì ad arrabbiarsi con la moglie. La prese tra le braccia e le accarezzò i capelli, ripetendole che non era niente di grave. Perché sentiva il braccio pizzicare?

Era destino che il povero signor Ballabio non dovesse “requiare”, come in dialetto brianzolo si dice avere una vita tranquilla. Infatti una notte venne svegliato dagli squilli del telefono.

“Pronto..si..dica…ho capito…vengo lì?..Cosa devo portare?…Bene…mmm…grazie…arrivederci”

Era la caserma dei carabinieri di Seregno, suo figlio era stato arrestato per una rissa in un bar. Infilò la Milano Lecco e uscì a Seregno, poi attraversò la periferia della città prima di raggiungere la caserma dei Carabinieri, dopo l’Istituto Paci. Salì i gradini della caserma a due a due. Firmò alcuni documenti che gli venivano porti e ascoltava il racconto del maresciallo sulla rissa e sull’aggressione ai danni di un agente. Suo figlio rischiava grosso. Aggressione a pubblico ufficiale, rissa, ubriachezza molesta, resistenza all’arresto. Non c’era da stare allegri. Lo avrebbe atteso un processo, per ora doveva starsene a casa ai domiciliari, con l’obbligo di firma. Poi c’avrebbe pensato il giudice.

Ballabio fece salire il figlio sull’auto e ripartì alla volta di Desio. Non una parola uscì dalla sua bocca. Non aveva più la forza per arrabbiarsi. Sperò solo che Luciano quella volta avesse toccato il fondo. Dopo avrebbe solo potuto risalire. Peccato per quel male al braccio sinistro.

Gli portarono via il bambino tre settimane dopo. C’erano i funzionari della volta precedente, la Ferrario e due carabinieri. Dovette firmare un modulo e stringere addirittura la mano a chi gli rubava l’unica luce in quella vita di merda. La Ferrario sembrava dispiaciuta ma non era possibile per il bambino continuare a vivere con un padre ai domiciliari per atti di violenza. Era troppo pericoloso. Il giudice aveva ordinato l’affidamento all’Istituto a Milano fino a nuove disposizioni. Gli porse anche un foglio con gli orari delle visite. Il bambino venne portato via di forza, piangendo e urlando, mentre sua moglie si rinchiudeva in cucina a piangere e lui non sapeva più dove sbattere la testa. Il padre, quello naturale, era rimasto in camera ad ascoltare musica, indifferente a tutto ciò. Una volta intravista l’auto della Ferrario allontanarsi verso Monza, tornò in cucina.

“Mirella, fam un po’ di te, che c’ho un peso sullo stomaco”

Andò a sedersi sulla poltrona in soggiorno, in silenzio e al buio. Quando la moglie gli portò il tè caldo, lo trovò immobile. Non rispondeva. La tazza le cadde di mano, esplodendo in cocci sul pavimento. Compose il 118 e sette minuti dopo gli operatori dell’ambulanza entravano nell’appartamento. Caricarono il signor Giovanni Ballabio sulla barella ma a nulla sarebbero valsi i successivi sforzi.

Era solo un nonno.

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