Sara Bilotti: cronaca di un debutto


Ho chiesto all’amica Sara Bilotti di raccontarmi il suo debutto nel mondo del noir, con il romanzo “Nella carne”. Ecco il resoconto (scritto di proprio pugno dall’autrice) della presentazione avvenuta al Salone del libro di Torino.

“L’aereo è atterrato a Milano. Ecco, avrei un vago mal di pancia. Ma è colpa della perturbazione che ha colpito il Nord Italia in questi giorni, eh. Sia chiaro.

Che nessuno pensi che la scrittrice di Nella Carne abbia gli spasmi addominali per colpa dell’ansia da presentazione! Ora bevo qualcosa e mi calmo.

E invece no, i serpenti nella pancia restano, anche se non sento il freddo, non sento il vento, non sento neanche il rumore dei miei passi.

Perché io non cammino, scivolo rasentando i muri, da sempre. Cerco di non farmi individuare, di non dare fastidio a nessuno. Ora però sono in viaggio per Torino, e devo presentare il mio libro al Salone Dannatamente Internazionale del Libro, con un microfono e un casino attorno che neanche a Natale nella chiesa della Palude.

Massimo Rainer mi accoglie all’aeroporto con un sorrisone che calmerebbe un esercito inferocito, io sono una sola ma non mi tranquillizzo ancora. Faccio la vaga, fumo una sigaretta e insieme prendiamo il treno per Torino.

Ancora non lo so, per certo, quello che mi aspetta. Non sono mai stata al Salone, io. Non ho mai neanche pensato di poter mettere piede in quella bolgia infernale, sono una lupa abituata al calar del sole, alle ombre e al silenzio.

Il taxi ci porta dalla stazione all’albergo, e lì trovo quattro braccia che mi stringono, quelle di Gianpaolo Zarini e di Francesca, alias Lisa Simpson. Quando sciogliamo le nostre braccia si scioglie anche un nodo dentro al mio stomaco, ho voglia di piangere per il sollievo. Metto su il cappellino di CSI Miami che mi ha regalato Zar e dico che è per proteggermi dalla pioggia, ma non è vero: neanche la sento, la pioggia. Mi serve come portafortuna.

Il caffè mi rende più lucida, ma non meno stupita. Stupore, è la parola giusta per la Scrittrice Esterna, come mi chiama Zarini. Lo stupore non mi abbandona mai, sia che io guardi un tramonto rosso sangue, sia che io mi trovi al Salone a presentare il mio libro. E’ come se fossi un’eterna bambina, una di quelle che non impara mai. Le emozioni non timbrano alcuna abitudine nella mia memoria, nessun marchio a fuoco, nessun database: ogni volta è come la prima volta. Ogni volta un enorme stupore.

Riposo, o almeno ci provo, poi mi faccio bella. Nera, nera come i miei capelli e come quell’angolino buio dietro al mio sorriso. Il nero è scudo, ma è anche verità. Per scrivere del Lato Oscuro devi essere per forza sincero: è l’unica zona dove la ragione non arriva. Puoi mettere paletti, cercare di arginarlo, ma il Lato Oscuro è sempre lì e pulsa, sincero.

Insieme, arriviamo al Salone.

Dio, è immenso. Odore di carta, e di aspettative.

La presentazione sarà allo stand: poco spazio, gente di passaggio, acustica terribile. Ma non ci penso troppo, so che saremo in pochi. Non mi dispiace, non mi disturba, anzi. Non vedo l’ora di abbracciare i miei amici, che a poco a poco arrivano, e mi stringono, e mi sorridono, con l’anima negli occhi. Io, stupore. Io, felicità, amore. Tutte parole bellissime, e le parole sì che marchiano a fuoco le mie abitudini: se sono belle, mi rendono migliore.

Non siamo affatto pochi. Siamo una folla, diamine.

Paola ha un abbraccio che è una morsa, mi fa forte e mi fa serena. Elisabetta ha un sacco di parole negli occhi, mi arrivano così violentemente che quando la guardo mi scappa un grido. Michele sorride sereno, felice di vedermi quanto io di vedere lui. Maria Luisa con la sua macchina fotografica, Patrizia e Pablo, e in mezzo a loro Diego, col pensiero. Francesca Battistella, che mi dice: “Io so, cosa significa, vivere dove vivi tu”. E nei suoi occhi c’è una lacrima che non uscirà, ma che tengo lo stesso tra le mani, testimonianza preziosa che il dolore non va sempre buttato via, una volta passato, che il dolore ti può fare bene, se porta a momenti come questo.

Alessandro Bastasi e sua moglie Laura, un fiore delicato e bellissimo, si siedono proprio avanti a me. Li ho visti poco tempo fa, a Napoli, quando sono stata invitata da Maurizio de Giovanni a collaborare, nel mio piccolo, alla presentazione del libro di Alessandro. Io, timidamente,  afflitta da una tosse impossibile da domare, in quell’occasione spostai la sedia un po’ più in là, lontano dai due scrittori, io che scrittrice non ero, non mi sentivo, e mi sembrava di usurpare un posto non mio.

Ora non posso spostarla, la sedia, perché la mia sedia è centro di quello che sta accadendo, e se lo facessi significherebbe che non ho capito. Che non ho capito quanto affetto ho attorno, quanta curiosità.

Stupor. E’ questa la parola esatta. Trent’anni a scrivere come fosse una malattia, nascosta da qualche parte, senza nessuno che mi leggesse, neanche io mi rileggevo. Trent’anni a soppesare il livello di fastidio che poteva dare la mia diversità, in un ambiente conformista e razzista. E ora sono qui, il mio libro fresco di stampa tra le mani, attorno a me persone che hanno viaggiato per incontrarmi e incontrarsi. Perché è stata questa, la cosa più bella del Salone di Torino: in qualche modo, in totale inconsapevolezza, sono diventata occasione per un incontro speciale, quello tra persone che vedono le cose, allenati da anni di letture feroci, e sperano di cambiarle. Senza ergersi a Giudici Supremi, ma condividendo le emozioni, allenando l’empatia.

Massimo Rainer è perfetto. Non solo è un relatore brillante, è anche emozionato. Non l’avevo mai visto così. C’è qualcosa, nell’aria, si sente una specie di sordo martellare, come cento cuori che battono all’unisono. Non sono io che ho creato tutto questo, no, sono stata solo un’occasione, un veicolo, e ne sono fiera.

Verso la fine della presentazione, quando ho smesso di chiedermi: “Perché diavolo non ho voluto fare almeno una prova della presentazione con Massimo?”, Maurizio de Giovanni arriva e mi sorride. So cosa pensa, per un anno ho ascoltato dalla sua bocca impagabili lezioni di scrittura, e capisco subito quando è irritato. Questa volta non lo è. Sembra quasi… fiero.

Stupor. Al momento delle domande, Michele mi chiede perché ho scelto di raccontare storie nere. Io gli rispondo, glielo dico che è perché io riesco a scrivere solo con assoluta sincerità, e che il noir se non è sincero diventa una buffonata. Ma lui lo sa, lo sa bene, è per questo che ci capiamo sempre, in ogni discussione.

E poi Maurizio si avvicina al microfono, e dice a tutti che crede fortemente nel mio talento. Lo fa in modo naturale, come se stesse dicendo che ha mangiato un panino col prosciutto. Le parole non pesano sulle sue labbra, ma nella mia testa sì. Io do peso anche a parole meno dense, meno sentite, e le sue sono cemento, sono piombo.

La presentazione è finita. Scrivo dediche, e nonostante la confusione so esattamente cosa devo scrivere a ognuno. Li conosco quasi tutti. So cosa scrive Fe De su Facebook quando è incazzata, so che io e Michele condividiamo le stesse utopie, che Alessandro mi apprezza dal primo racconto in rete, che Lisa non si rende conto della Bellezza del suo animo. Non ho bisogno di frequentarli tutti, per sapere. Perché noi siamo lettori. Noi da un rigo capiamo il mondo.

Quando penso di aver ricevuto tutti i doni possibili, arrivano due telefonate speciali.

La prima è di Marilù Oliva. Quasi non capisco come mai la sua voce non sia una costante della mia vita da quando ero una bambina. La sento da poco, pochi mesi, ma sembra impossibile. E’ così familiare, così cara, così affettuosa. Solo le donne speciali hanno questo dono: le loro voci trovano una nicchia nel tuo cuore e sedimentano lì, per sempre, come fosse da sempre.

E poi Sergio. Prima era Alan D. Altieri, ora è Sergio, ma non per questo io dimentico la sua grandezza.

Mi dice un sacco di cose, e le parole si confondono, si attorcigliano, mi riempiono. Rido, felice.

“Sei il mio faro”, gli dico, perché io sono Alice, e il paese delle Meraviglie mi fa paura. Ma, se lui mi tiene per mano, non mi potrà accadere nulla di male. Lui ce l’ha tutta, la mappa del Lato Oscuro, e mi sta insegnando a percorrerla, a evitare le insidie.

Ora è veramente fatta. Dentro il Salone c’è ancora un casino infernale: autori che si “autopresentano” a passanti frettolosi, bambini che sfogliano libri colorati, ragazzi in canottiera che sfidano il caldo, appassionati coraggiosi che frugano negli stand degli editori indipendenti.

Divento Esterna per un attimo e li guardo camminare tra i gironi, dentro hanno tutti un fuoco speciale. E io, piccolina come sono, ho acceso un fiammifero, stasera. E’ una fiamma piccola, ma spero che bruci.”

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