Editoria a pagamento e noir


Dopo il successo di pubblico del precedente intervento di Al Custerlina, decidiamo di proporre con piacere quest’altra riflessione. In questo caso si parla di editoria a pagamento e della “voglia” di venir pubblicati a tutti i costi, anche se non si ha niente da dire.

Qui trovare l’originale.

(Ringrazio Al Custerlina per aver messo a disposizione il materiale)

“Lo so, neanche avete iniziato a leggere e già avete capito tutto. Va bene. Allora iniziamo dalla fine: mai pagare per vedere pubblicato il proprio sforzo letterario.

Ora, questa è la mia personale idea (condivisa da molti), ma migliaia e migliaia di persone, a un certo punto della loro vita, sulla superficie arzigogolata delle loro meningi si stampa a fuoco l’idea contraria e non c’è verso di convincerli a desistere. Pubblicare diventa la parola d’ordine, l’imperativo della vita. A qualsiasi costo. Costi che di solito sono pesanti: da 1000 a 7/8000 euro.

Ma perché la gente è disposta a pagare tanto per vedere stampato il proprio romanzo (o la propria raccolta di poesie)?

Detta in breve, tutta la questione trae origine dalla volontà artistica che molti di noi coltivano più o meno segretamente: chi suona, chi dipinge, chi usa il video, chi scrive, eccetera. E fin qui niente di male, tutt’altro. Andiamo avanti.

Tra questi artisti, lo scrittore è tra i più sfigati, forse il più sfigato, perché per ottenere soddisfazione è costretto fin da subito a produrre un libro e cioè un oggetto fatto di carta stampata e rilegata. Un oggetto artistico di natura fisica, quindi. Anzi, un multi-oggetto, visto che per sua natura non se ne può produrre soltanto uno. Il libro non è una statua, per la quale la gente si muove, convergendo nel posto dov’è sita. E non è musica, quindi niente concerti o emissioni radiofoniche. No. Questo maledetto libro è l’unico canale di trasmissione della vostra opera ed essendo un oggetto fisico di una certa complessità (impaginazione, stampa, rilegatura, copertina) che necessità di essere riprodotto in numerose copie da veicolare verso il pubblico, tutta la storia rischia di diventare un incubo.

Fatta questa premessa, passiamo alle informazioni che lo scrittore in erba deve conoscere per affrontare al meglio l’impresa della pubblicazione:

In Italia, ogni anno, si pubblicano circa 50.000 titoli, dalla manualistica, alla saggistica, alla narrativa, eccetera.
Da questo dato approssimativo (ma esatto nell’ordine di grandezza), possiamo dedurre che le librerie, visto l’esiguo spazio fisico a loro disposizione, potranno esporre soltanto alcuni di quei 50000 volumi.
Tra i libri che saranno esposti, pochi potranno rimanere sugli scaffali per più di due o tre mesi: la maggior parte di loro finiranno sopra scaffali secondari, in seconda fila oppure saranno semplicemente resi all’editore (e questa è l’ipotesi più probabile), per far posto alle nuove infornate editoriali.

Ora vediamo come lavora il libraio. Per esempio, come fa a scegliere quali libri acquistare e quali sistemare in posizione privilegiata (all’ingresso e sugli scaffali più in evidenza)? Be’, essendo la libreria un’attività commerciale (e quindi a scopo di lucro) la scelta ricadrà sui titoli che hanno buone speranze di vendere. Ma chi da queste informazioni ai librai?

Lo fa il distributore, meglio conosciuto come “il flagello dell’esordiente”. Dati una serie di accordi, contratti e rassicurazioni che il distributore ha stipulato con le case editrici, egli consiglia il libraio secondo criteri di massima convenienza (cioè di massima vendita). Poi gli rifila anche gli scartini, ma solo per obbligo contrattuale e in un numero di copie bassissimo (da 1 a 5).

Inciso: per scartini intendo tutti i libri che non sono best seller o candidati a diventarlo, quindi tutti i prodotti delle case editrici indipendenti (chiamate altresì “piccole case editrici”, termine che ha me non piace) e una marea di titoli editi dalle corazzate dell’editoria.

Detto questo, immaginiamo un romanzo edito da una casa editrice seria ma indipendente (piccola): a meno di casi eccezionali estremamente rari, esso è destinato a vendere pochissimo (1000 copie in ambito nazionale per arrivare fino a qualche migliaio nei casi fortunati), rimarrà sugli scaffali per due mesi e in seguito il lettore lo potrà comperare solo su ordinazione e solo se la casa editrice è veramente seria e quindi ha stampato un numero di copie sufficienti.

Questa, in soldoni, è la situazione dell’editoria. Ora, finalmente, veniamo all’editore a pagamento.

Egli non è nient’altro che un tramite con una tipografia (e qualche volta egli stesso è una tipografia) che vi stampa il libro in un numero di copie che di solito va dalle 500 alle 1000. Poi voi pagate la somma e vi portate a casa una parte o tutti i volumi. E qui resto sul vago, perché i numeri e le condizioni possono variare da editore a editore. Comunque, tutto ciò viene fatto alla luce del sole ed è quasi sempre regolato da un contratto. Quindi qual è il problema?

Il problema è la questione etica. Questi editori, ovviamente, non vi dicono mai che un’operazione di questo tipo è assolutamente fallimentare. Anzi, producono pubblicità ingannevoli, tipo la seguente:

Veder pubblicati i propri scritti non è soltanto una soddisfazione intima. É anche un mezzo insostituibile per far circolare le proprie idee, le proprie esperienze, i modi di vedere e di sentire. L’Editrice XYZ dà la possibilità di farti leggere e di esprimere te stesso.

Niente di più falso: il vostro libro e le vostre idee non circoleranno per nulla, nessuno vi leggerà e voi vi sarete espressi con la vostra magnifica eloquenza verso un teatro vuoto. Questi editori, infatti, non vi parlano mai della distribuzione e se lo fanno mentono spudoratamente perché, statene certi, il vostro volume mai e poi mai sarà distribuito secondo i canali convenzionali. Al massimo finirà in una o due librerie locali, ben nascosto e comunque per un periodo di tempo molto limitato. E naturalmente sarà inserito sul sito web dell’editore, un sito che probabilmente si aggira sulle due visite uniche mensili. Graso el dindio, si dice a Trieste.

Che ci crediate o meno, la realtà è questa. Quindi lasciate perdere la pubblicazione a pagamento. Però c’è un però.

Se a voi basta auto-produrre un volume da distribuire agli amici, se vi basta la soddisfazione di tenere tra le mani la vostra opera stampata e rilegata, se vi basta accordarvi con il libraio sotto casa per vendere una cinquantina di copie, allora fate tutto da soli, fino in fondo. Scegliete uno dei numerosi servizi di Print on Demand che trovate sul web (per esempio Lulu, che mi pare il migliore) e vi assicuro che risparmierete tempo, soldi e buona parte del vostro fegato.

Parola di Custerlina.”

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Una risposta a “Editoria a pagamento e noir

  1. Un’efficace messa a punto della situazione. Aggiungo che, se siete un autore poco attratto dalle nuove tecnologie, c’è sempre il buon vecchio tipografo. Per una cifra molto modesta rispetto a quella richiesta dall’editore a pagamento, stamperà le stesse copie del vostro libro. Potrete regalarle agli amici o venderle e – ha la sua importanza – il vostro curriculum letterario non sarà “marchiato” dall’ EAP!

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