Un caffè con Emanuele Gagliardi


Emanuele Gagliardi, romano, è un giornalista pubblicista, studioso di politica e storia contemporanea. Collabora con la Rai per la ricerca storica e si diletta di noir. Ha infatti vinto un concorso Rai per scrittori, con l’opera noir “La Maschera”. Per noi è un piacere intervistarlo per farci raccontare il suo punto di vista.

Noir Italiano: Ciao Emanuele, benvenuto a Noir Italiano. Io prendo un caffè, tu?

Emanuele Gagliardi: Volentieri. “Nero”, naturalmente…

NI: Cosa significa per te “noir?”

EG: Anzitutto un’atmosfera. Qualcosa che si percepisce con tutti i sensi. Chi legge un giallo si diverte a risolvere l’enigma criminoso, magari tentando di precedere gli investigatori. Chi legge un noir, invece, deve “sentirsi” nella storia.

NI: Cosa rende Roma una città da noir?

EG: Roma è una città dai mille volti fra cui c’è quello noir, a volte coniugato ad elementi esoterici. Chi ha superato i quaranta, come il sottoscritto, ricorderà lo sceneggiato televisivo Il segno del comando la cui vicenda si sviluppa nella Roma dei primi anni Settanta attraversata da intrighi e fantasmi secolari.

Così come la Milano immortalata da Giorgio Scerbanenco, Roma è stata teatro di autentiche storie noir: il delitto Martirano, l’assassinio di Christa Wanninger, il caso dei coniugi Bebawi e quello della marchesa Casati Stampa, la tragica morte di Pier Paolo Pasolini, il massacro del Circeo, più recentemente il “canaro” della Magliana, il caso dell’imbalsamatore, via Poma, il delitto dell’Olgiata… per citarne solo alcune. Non semplici storie gialle, perché insieme con i classici moventi – sesso, gelosia, denaro – si intrecciano elementi tipicamente noir: politica, giornalismo, servizi segreti, occulto.

Anche dal punto di vista architettonico Roma si presta al noir: i grovigli e le stratificazioni del centro storico, così placentare, solenne ma un po’ decadente; il Tevere, spettatore lurido e sornione di una vita che procede sulle sue sponde da oltre due millenni, la freddezza delle periferie tirate su in fretta; quel sentore diffuso di fogna e cantiere, di mercato ortofrutticolo bruciato dal sole…

NI: Il tuo luogo preferito per scrivere?

EG: Il salotto di casa, a notte fonda. Oppure la mattina molto presto, all’aria aperta, su una panchina… scrivo sempre prima a penna, su un quaderno a quadretti.

NI: Quanto tempo dedichi in media alla scrittura?

EG: È difficile fare una media. Possono passare giorni, settimane senza che scriva una parola. Poi, all’improvviso, arriva l’idea, uno spunto… allora scrivo per ore. Compatibilmente con gli impegni familiari e professionali, ovviamente.

NI: Quando sei a caccia d’idee, come ti comporti?

EG: In tutta sincerità non vado a caccia di idee, aspetto che mi vengano incontro. Gli spunti per ciò che scrivo arrivano quasi mai da qualcosa che abbia a che vedere con una storia gialla o noir. Poichè per scelta personale sono un “diversamente-motorizzato”, cioè non ho la patente e mi muovo con i mezzi pubblici o a piedi, lascio che gli occhi vaghino liberamente per l’ambiente che mi circonda. Un palazzo attrae il mio sguardo: decido di ambientarci un delitto; osservo il volto del passeggero seduto dinanzi a me in metropolitana: ne faccio il personaggio di un racconto. A volte poi bastano stimoli come un odore, una musica o i ricordi, che sono l’elemento base della mia scrittura. Sovente la trama è funzionale ai ricordi a cui voglio ridar vita. Il mio romanzo La maschera (Rai Eri, 2012), ad esempio, è nato dal ricordo della maschera mortuaria in bronzo del grande comico romano Ettore Petrolini vista in casa di amici di famiglia quando avevo sette anni. Il resto della storia l’ho costruito intorno a questa immagine.

NI: Il consiglio che dai a un autore esordiente che volesse avvicinarsi al noir?

EG: Leggere i classici: Giorgio Scerbanenco, David Goodis, Jim Thompson… Ma pure Leonardo Sciascia, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto… Secondo me uno dei migliori noir è Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda. E poi attingere senza pudore alle esperienze personali

NI: Il noir è fantasia ma anche documentazione e verosimiglianza. Come affronti la cosa?

EG: Sono giornalista e studioso di storia contemporanea. All’università ho avuto la fortuna di essere allievo del professor Renzo De Felice, il più insigne ancorché discusso storico dell’epoca fascista, scomparso nel ’96. Da lui ho mutuato la passione per la ricerca, per la documentazione minuziosa, per l’indagine sulle fonti originali. Scrivo sempre storie ambientate in epoche passate, segnatamente negli anni Sessanta e Settanta. Una volta stabilito il periodo in cui la vicenda deve snodarsi, mi documento su tutto: politica, cronaca, trasmissioni radiotelevisive, musica, moda, pubblicità, arredamento, gastronomia. È importante leggere giornali, riviste e libri dell’epoca, ascoltare le canzoni, osservare l’abbigliamento, gli ambienti e le réclame per ricavare ciò che gli epistemologi definiscono la weltanschauung del periodo. Per me, che faccio del vintage uno stile di vita, è un autentico piacere!

NI: Il panorama italiano è pieno di autori noir. In cosa vorresti differenziarti?

EG: Il vintage, appunto, può essere il mio elemento distintivo. Mi piace comunicare in chi mi legge la carezza e il brivido della memoria. La gente, la società tout court, da valore assoluto al presente e al futuro, mentre attribuisce minima o alcuna valenza al passato. Si comporta come un registratore difettoso che, nell’istante in cui registra, cancella quanto ha registrato un attimo prima. Alla fine si ha… un nastro vuoto! Io vivo come se il mio tempo si muovesse all’interno di una sfera che lo contiene tutto. In tal modo annullo, ancorché virtualmente, la progressione a senso unico del tempo e un oggetto, una sensazione, un’emozione di tanti anni prima conservano immutato valore.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

EG: Il crimine più feroce è quello commesso dalla gente per bene.

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