Una birra in compagnia di Piergiorgio Pulixi


Piergiorgio Pulixi, cagliaritano di origine ma residente a Padova, fa parte della nuova generazione del noir italiano, ovvero quella composta da autori nati negli anni ’80. Giovane, certo, ma non sprovveduto, dato che è stato scoperto da Massimo Carlotto (il che è tutto dire) e fa parte del collettivo Mama Sabot. L’abbiamo incontrato per conoscerlo e farci raccontare il suo punto di vista su scrittura e sul noir.

Noir Italiano: Ciao Piergiorgio e benvenuto. Visto che vieni dalla Sardegna, terra che amo, io prendo un bella Ichnusa ghiacciata, tu?

Piergiorgio Pulixi:  Come non farti compagnia?

NI: Cosa significa per te noir?

PP: Significa non soccombere alla menzogna e al pessismo, per quanto paradossale possa sembrare. Ci sono alcuni noir talmente neri da trascinarti nei recessi più luridi dell’animo umano e della società, scritti talmente bene che ti fanno toccare il fondo. Dopo non puoi far altro che rialzarti e goderti ogni stilla di vita. Quasi una legge del contrappasso. Scrivere, ma soprattutto leggere noir è una forma di resistenza, a mio avviso.

NI: Come ti sei avvicinato alla scrittura? 

PP: Guarda, scrivo per potermi comprare libri da leggere, penso che alla fine sia questa la verità. Non mi definisco uno scrittore, ma sono abbastanza certo di essere un lettore compulsivo, tanto che in passato ho fatto carte false per lavorare in una biblioteca e poi in qualche libreria dove lasciavo lo stipendio in libri. Se ci fossero i “lettori anonimi” io non mi perderei nemmeno una riunione, mettila così. Prima di approdare al Collettivo Sabot creato da Massimo Carlotto dove mi sono formato, (e continuo a formarmi), ho seguito un caro consiglio che è stato quello di iniziare a scrivere  solo dopo aver letto veramente tanti libri. Dopo aver sorpassato la soglia 600 ho iniziato a scrivere qualcosa di mio. Poi ci ho preso gusto. Però continuo a vivere più una dimensione di lettore che una autoriale. E sinceramente penso che questo ti aiuti quando poi ti siedi davanti al pc.

NI: Come nascono le tue storie? Parti da una scaletta precisa oppure ti lasci guidare dalla scrittura?

PP: Penso di essere un buon osservatore. E ancor più un attento ascoltatore. Mi piace osservare la realtà, le persone. I dettagli. Ciò che scrivo nasce molto spesso da questo, dai dettagli. Un dettaglio che ti rimane impresso. Soprattutto per quanto riguarda la creazione di un personaggio. Per la storia in sè, direi più da articoli di giornale, o brandelli di discorsi interessanti in cui mi capita di incappare al bar, nell’autobus, o al pub. Una volta individuato il tema, e quello che è il cuore della narrazione, imbastisco una trama molto precisa. E’ un lavoro soprattutto mentale. So che sembra un po’ da malato di mente, ma è come se ci fossero gli studios dentro il mio cervello, con attori, comparse, sceneggiatori, registi, costumisti, scenografi, gente che cazzeggia, etc. Superata questa fase di follia, quando riesco a “vedere” il romanzo come se fosse un film, butto giù la trama e mi metto a scrivere.

NI: Scrivere è un atto, dicono, solitario, eppure tu fai parte di un collettivo (i Sabot ndr). Quali differenze esistono tra lo scrivere da soli e con altri autori?

PP: Dalla nascita del Collettivo ho sperimentato col resto della banda diverse tipologie e approcci alla scrittura creativa: scrittura a due, in tre, e così via. Non posso generalizzare perchè lo scrivere cambia molto anche rispetto al singolo progetto con cui devi confrontarti. Posso sicuramente dirti che il nostro punto forte (quello che curiamo di più e che teniamo a migliorare costantemente) è l’elaborazione delle trame. Il metodo di lavoro che utilizziamo è scippato dal cinema: lavoriamo come degli sceneggiatori sulla trama, analizzando l’intreccio. Quando si è in sei/sette puoi contare su tanti pareri, e più sensibilità riescono a cogliere punti deboli e valorizzare invece gli aspetti migliori. Ci capita di lavorare a trame che vedranno coinvolti molti sabot in quel progetto, oppure aiutare un singolo che ha bisogno di qualche parere per smussare e rendere più efficace la sua storia. In tutto questo è basilare non innamorarsi troppo delle proprie idee e condividerle con gli altri. Alla base c’è un profondo rapporto di fiducia reciproco. Quanto metto una mia storia in mano ai ragazzi so che saranno spietati ma tutto nel mio interesse. E per loro è lo stesso.

NI: Un noir è anche verosimiglianza. Come ti documenti per scrivere un romanzo? 

PP: Dipende da quanto coraggio hai. Se credi profondamente nella storia, allora ti lasci condurre dove vuole lei, e credo che questo metodo, se hai la testa sulle spalle, alla fine ti premia sempre. In generale parto dai giornali,  da atti giudiziari, da dialoghi con esperti del settore che voglio trattare. Ricerco fonti dirette se ho la possibilità di arrivarci. Quando mi perdo, chiedo aiuto a chi è più esperto di me su alcune situazioni. Viaggio, e se posso cerco di farmi un’idea andando sul posto e “vivendo” quello che voglio raccontare. Questo è il metodo che ho imparato da quello che vedo come un maestro come Massimo Carlotto, e da poco ho scoperto che il suo è un modus operandi che utilizzavano anche dei sociologi americani per indagare il rapporto tra ambiente urbano, individuo e criminalità. Il gruppo di studio si chiamava “Scuola di Chicago”. Carlotto ne è un esponente a pieno titolo a mio avviso, dato che utilizza questo metodo d’indagine da più di quindici anni e lo maneggia abilmente. Io solo ora inizio a smaliziarmi un po’.

NI: Scerbanenco e Simenon, per dirne due proprio terra a terra, odiavano la fase seguente a quella creativa, ovvero la rilettura e la correzione. Tu come affronti la cosa? 

PP: Non a caso citi due mostri sacri della letteratura tout court cui uno dei loro tratti distintivi oltre la capacità di indagare la psiche umana era la prolificità. Io penso che entrambi avessero così tante cose da dire, una sensibilità così spiccata, che erano sempre in ritardo con loro stessi: avevano così tante belle storie in testa che il tempo non bastava per scriverle, e immagino che questo fosse parecchio frustrante; per questo odiavano perdere tempo in riscritture e revisioni. C’è da dire, però, che erano anche abilissimi artigiani della parola e che molto spesso sono convinto che ci fosse ben poco da rimaneggiare nelle loro bozze. Per quanto mi riguarda, credo che la rilettura e la riscrittura siano fondamentali perchè non sono nè Simenon e tantomeno Scerbanenco. E perchè credo anche che sia un atto dovuto dare al lettore un prodotto impeccabile dal punto di vista formale, strutturale e drammaturgico; per farlo devi dedicare parecchio tempo a tutti questi aspetti. Per il mio ultimo lavoro si può dire che ho messo alla prova i miei limiti neurologici perchè ho affrontato 30 revisioni (le ho contate) e 4 editing. Ho investito tre anni e mezzo in questa storia e ho rincorso il miglior risultato possibile. Alla fine però devi trovare un compromesso con i tuoi desideri di ricerca della perfezione e fermarti. Alcuni scrittori tendono a revisionare all’infinito. Con i noir poi hai anche il problema che devi stare al passo con la cronaca, con la realtà, quindi a volte le migliorie o le modifiche sono necessarie per aderenza alla realtà più che altro. A un certo punto devi per forza fermarti. Spesso è un editor o un direttore di collana a fartelo notare. Io ho la fortuna di essere in ottime mani da questo punto di vista.

NI: Il tuo libro racconta di poliziotti, anche se corrotti. In un mercato noir pieno di commissari, marescialli, tenenti, medici legali ecc…in cosa vorresti differenziarti?

PP: Il romanzo si intitola “Una brutta storia” ed è un dramma poliziesco, un noir epico e tragico. In realtà nasce dalla voglia di raccontare la storia, gli intrighi, le passioni e le violenze di una famiglia composta solo da poliziotti. Corrotti, però. E delle persone che stanno loro attorno. Nel mio piccolo ho voluto fondere quattro elementi letterari fondamentali. Il primo è una narrazione ottocentesca alla Dumas e alla Dickens, in quanto a struttura, complessità e numero dei personaggi. Una narrazione prettamente “popolare”, ma nel senso migliore del termine. Il secondo elemento è quello tragico/drammatico: cioè ho cercato di portare dentro il romanzo e nelle scelte che i personaggi si trovano a fare elementi tragici, ispirandomi soprattutto a drammi come l’Amleto e il Macbeth. Il terzo passaggio è stato dare una dimensione epica  alla storia, partendo come base dall’Iliade soprattutto nella contrapposizione tra i due personaggi principali: lo sbirro Biagio Mazzeo e il mafioso ed ex guerrigliero ceceno Sergej Ivankov, e nell’ampio respiro della narrazione. Tutto questo in un contesto poliziesco/noir che è il genere che prediligo, raccontando il duro mestiere del poliziotto e della vita ai limiti di questa banda di sbirri con tutte le loro debolezze, complessità e passioni. Vorrei differenziarmi nel fatto che credo che tra la legge e la divisa ci sia sempre un uomo. Io ho voluto concentrarmi su quell’aspetto, l’uomo, narrando però anche il suo contesto familiare e “criminale” nello specifico, e il rapporto con la legge e la giustizia.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

PP: Sei libero di scegliere, ma non sei libero dalle conseguenze delle tue scelte.

Se l’argomento t’interessa, allora dai un’occhiata a:

L’eredità di Izzo di Piergiorgio Pulixi

L’Italia e il volto noir della verità (con M.Carlotto, T.Rossi e M.Rainer)

The black album, con Massimo Carlotto

Intervista a Massimo Carlotto

Intervista a Tersite Rossi

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