Un calice con Giuliano Pasini


Giuliano Pasini è uno dei più interessanti autori della “nouvelle-vage” noir italiana (ovvero della generazione di autori sotto i quarant’anni). Dopo aver letto il suo “Venti corpi nella neve” ed essere rimasto colpito dal suo modo di scrivere e interndere il noir, ho deciso di contattarlo per chiacchierare insieme e approfondire la conoscenza. Ha accettato e questo che vi accingente a leggere è il risultato del nostro incontro.

Noir Italiano: Ciao Giuliano e benvenuto. Io prendo un calice di merlot dei colli bolognesi. Tu?

Giuliano Pasini: Un lambrusco, un prosecco e un pinot – appunto – noir. Così celebriamo la terra dove sono nato, quella dove vivo e la mia terra di elezione: Emilia, Treviso, Borgogna.

NI: Cosa significa per te noir?

GP: A parte il pinot? Significa andare sviscerare il nero che c’è in ogni individuo. O in ogni luogo. Soprattutto in quelli che hanno una superficie bella, lucida e liscia. Quelli apparentemente senza difetti, insomma.

NI: Il borgo di Case Rosse, nel tuo romanzo, è il tipico paesino di montagna dove tutti conoscono tutti. La normalità è così noir?
GP:
Cos’è la normalità? L’Appennino è noir. Credo sia la parte d’Italia dove sono stati immaginati più intrighi, omicidi, faide. Una sorta di “Los Angeles diffusa” per fare un parallelo con la terra più nera d’oltre oceano. Mi sono anche dato una spiegazione. Raramente in Appennino hai l’orizzonte libero. Un colle cela sempre un altro colle. Non vedi mai tutto, qualcosa si nasconde. E qualcosa lo devi immaginare per forza.

NI: Come ti sei avvicinato alla scrittura?

GP: Ricordo la prima parola che ho scritto (mela, non un grande sforzo creativo, lo ammetto). Ricordo dove ero, cosa facevo, con chi ero. Da sempre per comunicare qualcosa di importante uso lo scritto. Mi viene più naturale. Scrivere un romanzo è un altro discorso. Sino a pochi anni fa mi mancava la costanza per affrontare quello che per me è un esercizio quotidiano. Poi nella mia vita è entrata Sara, e mi ha completato. E ho trovato quella costanza.

NI: Il tuo luogo preferito per scrivere?

GP: Ovunque, purché ci sia silenzio. E se non c’è, riesco comunque a crearlo dentro di me. Il luogo dove scrivo più spesso è il divano di casa, dalle cinque alle sette del mattino, prima di andare al lavoro “vero”. La scrittura resta una passionaccia.

NI: Quando scrivi un romanzo lo fai in pochi giorni, come in una trance creativa, oppure è un processo lento e logico?

GP:  Per me è processo lento e costante. Come le camminate in montagna. E arrivare sulla vetta ha il medesimo gusto. Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, ma olio di gomito quotidiano.

NI. Hai partecipato e vinto a un concorso letterario sul web. Pensi che la rete sia una vetrina utile che possa dare visibilità ad autori che non troverebbero spazio attraverso i canali dell’editoria tradizionale?

GP:  Ioscrittore, il concorso in cui mi sono classificato tra i vincitori, può essere una vetrina unica per un esordiente sconosciuto. Il web, se usato bene, dà una possibilità in più. Certo, per ciò che concerne la Rete,  l’Italia sconta un gap di diversi anni rispetto ad altri Paesi (gap culturale ed infrastrutturale). Ma chi parte da zero deve provarle tutte, c’è poco da fare.

NI: Il tuo romanzo è basato su un’attenta documentazione storico-geografica. Come hai affrontato la cosa?

GP: Con pazienza e amore per la mia terra. Sono partito dai racconti dei miei genitori e degli zii, dalle descrizioni di chi aveva visto i fatti che poi io ho trasposto. Poi ho ricostruito il contesto storico corretto. Ma tra memoria e storia, ho sempre fatto prevalere la memoria.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

GP:  “Io sono figlio di uno dei venti”. Me lo ha detto un signore anziano prima di una presentazione. Case Rosse non esiste, per cui non esiste nemmeno l’eccidio del Prà Grand del Capodanno del 1945 di cui parlo nel mio romanzo. Ma questo signore era figlio di uno dei venti impiccati col fil di ferro a Boschi di Ciano il 18 luglio del 1944. Ha voluto farmi sapere di aver capito. E io ho capito solo allora quanto noir ci può essere nella storia.

Si ringrazia Martina Suozzo della Fanucci Editore per la disponibilità e per aver reso possibile “l’incontro”

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