Una birra con Sandrone Dazieri


Sandrone Dazieri non ha bisogno di presentazioni. Autore noir di chiara fama, è l’inventore del personaggio del Gorilla, bodyguard diviso tra una personalità un po’ sfigata e testarda e l’altra (il Socio), che non ha paura di sporcarsi le mani. Per Noir Italiano è un grande piacere poter fare due chiacchiere su scrittura e noir con un autore del suo calibro.

Noir Italiano: Ciao Sandrone e benvenuto. Io prendo una birra rossa, di quelle d’abbazia belga per intenderci. Tu?

Sandrone Dazieri: Un caffè. Non bevo quando scrivo.

NI: Cominciamo. Cosa significa per te noir?

SD: Non ho una risposta univoca. E’ il mio sguardo, il mio lavoro, il genere letterario che conosco meglio e che pratico di più. E’ anche una chiave di lettura per la realtà, un filtro. Il noir è lo specchio oscuro del mondo, te lo mostra dal punto di vista criminale, ci fa capire che il mostro non si nasconde nel buio, ma dentro di noi.

NI: L’angolo più noir di Milano?

SD: I piloni della tangenziale Est, dalle parti dell’Ortica. Ogni volta che vi passo accanto penso di ambientarci delle scene di violenza, ma non l’ho ancora fatto.

NI: Tu e il Gorilla siete di Cremona, città che conosco molto bene per averci lavorato. Perchè una città così tranquilla è un luogo fortemente noir?

SD: Credo che tutti i luoghi siano noir, perché dietro la facciata di rispettabilità e tranquillità è facile trovare ovunque sofferenza, disagio, sopraffazione. E’ anche vero, però, che Cremona è più tranquilla di altri posti. Almeno, a me pareva troppo tranquilla e me ne sono andato presto.

NI: Ho letto i tuoi libri e mi hanno divertito molto, eppure lo stereotipo vuole il noir pieno di personaggi tristi e di atmosfere pesanti. Com’è possibile unire noir e divertimento?

SD: Senza volermi paragonare, io continuo a divertirmi a certi dialoghi di Chandler o con i racconti che Archie Goodwin fa del suo capo Nero Wolfe. Quindi direi di sì. Credo che sia possibile farlo nei romanzi in prima persona quando il protagonista, come nel caso del Gorilla, ha un distacco ironico da quello che lo circonda per proteggersi dal male. Ma la serie del Gorilla, un po’ alla volta, ha perso la sua connotazione umoristica sino a diventare malinconica e sinceramente drammatica nell’ultimo romanzo. Doveva esserlo, perché era l’addio del personaggio.

NI: Quando inizi un romanzo hai una scaletta in mente oppure lasci che sia la scrittura a guidarti?

SD: Ho in mente alcuni passaggi salienti e il finale. Il resto viene da sé. Di solito penso la sera prima quello che scriverò il giorno seguente. I passaggi difficili li ragiono magari tutta la notte, per poi alzarmi alle quattro del mattino per buttarli giù. In tutti questi anni non sono ancora riuscito a trasformarmi in un autore “regolare”, di quelli che ogni giorno buttano giù diecimila battute. Scrivo ogni giorno, ma posso fermarmi una settimana su una pagina, se non viene come voglio.

NI: Come nascono le idee per i tuoi romanzi? Pensi “si, vorrei scrivere una storia del genere” e ti documenti, oppure sono lampi che ti arrivano all’improvviso?

SD: Ad accumulo. Ci sono cose –  avvenimenti, immagini, sensazioni –  che mi rimangono impresse e lentamente comincio ad appenderle allo scheletro di un personaggio. Un paio di anni fa, mentre andavo al Festival Letteratura di Mantova, sono passato accanto a una fattoria che sembrava uscita da una cartolina. Appena ridipinta, le balle di fieno ordinate nei campi… Ho pensato che lì ci poteva accadere di tutto e forse nessuno se ne sarebbe mai accorto. Da questo spunto è nato L’Uomo dei Silos, che dovrei pubblicare questo autunno.

NI: Scerbanenco sosteneva che un autore noir deve ambientare le sue storie noir nel luogo in cui vive. Sei d’accordo?

SD: Anche qui il discorso è complesso. Puoi ambientare un giallo in un posto che conosci a malapena, purché non fingi di esserci nato. Per capirci, se sei italiano e hai sempre vissuto in Italia, puoi ambientare il tuo giallo anche in America o al Polo, a patto di scegliere il punto di vista di qualcuno che da quelle parti è straniero quanto te. Se invece usi un protagonista un agente dell’Fbi reduce del Vietnam stai facendo una vaccata, perché come pensa davvero uno così, cosa ha mangiato da piccolo, cosa vede tutti i giorni, non lo sai. Puoi solo dedurlo da quello che hai letto o visto al cinema, venendo meno al tuo compito come scrittore. La letteratura, bianca, nera o gialla che sia, deve riportare al lettore la visione del mondo che hai il suo autore, la sua esperienza trasformata in metafora, il suo punto di vista. Se invece per scrivere qualcosa ti basi sull’esperienza di altri, ti limiti a un lavoro di rielaborazione che va dal plagio alla patacca. Questo non vuol dire che la città che racconti debbano corrispondere a quelle vere, sia chiaro. I luoghi possono essere completamente reinventati, anzi a volte questo è il tocco autoriale che apprezzo di più. La partenza, però, deve essere sempre la realtà vissuta. L’Isola di McBain non esiste, ma sotto c’è la vera New York e si sente.

NI: Che consiglio daresti a un autore che volesse avvicinarsi alla scrittura noir?

SD: Lo stesso che darei a chiunque voglia scrivere qualsiasi cosa. Fallo solo se pensi che sia un’esigenza irrinunciabile, e fallo nel modo più serio e professionale possibile, anche se non ti sta pagando nessuno. Ho orrore dei dilettanti, degli hobbisti.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

SD: Fuori contesto non hanno senso. La gente spesso confonde il noir con le battute alla Tarantino, tipo: “vieni qui che ti sbudello con il mio nettapipa”, ma io ho troppo rispetto per il genere.  E anche per Tarantino.

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