Un caffè con Grazia Verasani


Il nome Grazia Verasani è un “must” del panorama noir del nostro paese. Autrice di romanzi di successo come “Quo vadis, baby?” e “Velocemente da nessuna parte”, Grazia è anche autrice teatrale e musicista. Un’artista completa e poliedrica, che ama mescolare i generi per creare effetti innovativi. E’ inoltre una persona disponibile ed estremamente gentile, cosa che rende quest’intervista un vero piacere per  Noir Italiano.

Noir Italiano: Ciao Grazia e benvenuta. E’ un onore per me intervistarti. Io prendo un caffè. Tu?

Grazia Verasani: Grazie mille, anch’io. Nero, con zucchero di canna.

NI: Cominciamo: cosa significa per te noir?

GV: Comunemente si distingue il noir dal giallo perché nel noir c’è più psicologia, un maggiore approfondimento dei personaggi, nonché una certa “cura letteraria”. Nei romanzi noir senti uno stile, una voce, un autore, e non un mero esecutore di trame suspance e conflitto tra vittima e carnefice. C’è qualcosa di più. Il ritratto di un’atmosfera. L’indagine intorno a un’infrazione, a un’ambiguità, che può essere sociale e morale. E’ come restare affascinati da un viso perché ha una cicatrice che lo rende imperfetto, irregolare, diverso . Insomma, è un genere che ha chiaroscuri e timbriche che permettono di dare una testimonianza lirica, sofferta, della realtà. Non è consolatorio ma è catartico. Si basa su una disciplina precisa, cioè deve avvincere, tenerti lì. Avere una storia e un crescendo. E ti permette di esulare dall’intimismo in senso stretto e di raccontare il mondo. In Italia ci sono molti esempi interessanti, come in Francia. Ma a volte è solo una questione di marketing. Io credo che i miei romanzi, ad esempio, siano molto meticciati, che giochino con più generi, e che quindi siano abbastanza indefinibili.

NI: Io ho conosciuto il lato oscuro di Bologna tramite i romanzi di Macchiavelli. Cosa rende questa città un luogo noir?

GV: Molte delle nostre città italiane hanno un lato noir, soprattutto dal tramonto all’alba. Potrei dirti Mantova come Torino. Penso che Bologna viva la contraddizione dei suoi portici, che ti proteggono dal sole e dalla pioggia ma sono al contempo soffocanti, ti precludono l’orizzonte del cielo. Come mi ha detto ieri sera una giornalista tedesca: “A Bologna puoi sentire il rumore dei tuoi passi, soprattutto la sera”. E’ davvero così. Bologna si è molto trasformata, si è omologata all’andazzo generale, ha perso un suo marchio distintivo, io ne racconto un po’ i fasti passati e le cupezze dell’oggi. I tetti rossi delle case del centro sono bellissimi, Bologna è una città bellissima, dove è ancora possibile fare delle cose, ma purtroppo la deflagrazione della politica ci ha imbarbarito tutti, e arte, cultura, bellezza resistono a fatica. Qui come altrove.

NI: Cosa rende la musica un elemento noir?

GV: Forse il fatto che la musica, pur usando un linguaggio apparentemente comprensibile a tutti, mantiene un suo lato ancestrale, misterioso, istintivo. E’ la sua forza. Perché può sussistere anche senza le parole. In un mio testo ho scritto: “La musica si sente, non si spiega”.

NI: Quando scrivi sei impossessata da un impulso creativo oppure i tuoi libri sono frutto di un lento ragionamento logico?

GV: In genere, quando comincio a scrivere un romanzo noir prima mi documento, faccio interviste, parlo con persone che lavorano in certi ambiti (è successo ad esempio con “Di tutti e di nessuno”, dove ho passato alcuni giorni alla Casa delle Donne per approfondire il tema della violenza). Ma è sempre un lavoro di fiction, di immaginazione, di fantasia. A volte ho una scaletta, uno schema approssimativo, so come il romanzo deve concludersi. Altre volte trovo l’ispirazione procedendo in modo naturale, seguendo una sorta di melodia e di ritmo. Scrivo sempre nel silenzio più assoluto, proprio per essere attenta anche al suono delle parole. Un noir ha una partitura precisa, che abbisogna di un moto ondulatorio, di fluttuazioni, impennate e acquietamenti, come nella musica classica o operistica, ma anche nel rock.

NI: La tua musica per scrivere?

GV: Come ti dicevo, nessuna musica. Ma i Sigur Ross sono decisamente molto noir…

NI: Un consiglio che daresti a un autore che volesse cimentarsi con il noir?

GV: Deve innanzitutto essere capace di scrivere, al di là del genere letterario che affronta. Consiglierei di leggere tutto Edgar Allan Poe, Patricia Highsmith, Izzo, Carlotto, Chandler ma anche Charlotte Bronte (“Jane Eyre” è un grande romanzo noir).

NI: Sei un’artista poliedrica, per cui ti chiedo: teatro e noir, è possibile la commistione dei due generi?

GV: E’ possibile tutto. O, almeno, dovrebbe essere così. Si scrive in libertà. Togliendo paletti e infrangendo regole.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir.

GV: La vita è un’indagine confusa…

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