Un bicchiere con: Riccardo Besola


Milanese, classe 1974, Riccardo Besola è un autore noir che ama le ambientazioni “alla Scerbanenco” e i noir anni ’70. Per Noir Italiano è un piacere parlare di noir e di scrittura con lui.

Noir Italiano: Ciao Riccardo, benvenuto a Noir Italiano. Che ci beviamo? Io prendo un crodino. Fa sfigato ma ho l’influenza. Tu?

Riccardo Besola: Un J&B, che fa molto film che piacciono a me.

Noir italiano: Cosa significa per te “noir?”

RB: Per me il noir è la miglior rappresentazione possibile dell’assoluta imperfezione della realtà e della società. Quindi, disconoscendo la perfezione e ritenendola irreale, per me il noir è semplicemente realtà e società. Alle famiglie sempre felici delle pubblicità credo poco. E dire che in pubblicità ci lavoro.

NI: Cosa rende Milano una città da noir?

RB: Milano è un contenitore di tante città, di tanti mondi diversi, la moda, il calcio, il lavoro, la musica, gli arrivisti e i poveri cristi. Il noir sa esplorare tutti questi mondi, in modo trasversale, quindi Milano credo sia una delle città migliori in cui ambientare una storia noir.

NI: L’angolo più oscuro di Milano?

RB: Non ti dico un luogo. Ti dico l’incomunicabilità. Genera frustrazione, rancore, odio. Milano è oscura perché produce ogni giorno oscurità nelle persone. Non soltanto quella, sia chiaro, però la produce. È innegabile. Sempre.

NI: Qual’è la Milano più noir? Quella degli anni ’70 o quella attuale?

RB: Sono due città completamente diverse. Personalmente preferisco quella degli anni ’70. Però, mi piace anche uscire dagli stereotipi ed essendo gli anni ’70 uno stereotipo assoluto, immergere una trama in quel periodo è anche una sfida con me stesso. Mi piace la Milano nascosta di quegli anni, quella delle periferie e della campagna divorata dal cemento, quella che non scendeva in piazza, che non bruciava o faceva esplodere, quella apolitica e apartitica, ma che di quell’atmosfera era figlia e madre. Quella città catturata magnificamente nei cosiddetti b-movie, da registi come Lizzani, Di Leo, Lenzi, e molti altri. Adoro muovermi in questi contorni, tra la gente comune, tra le bande che ai comizi preferivano le ‘dure’ intanto che la polizia era impegnata altrove.

NI: Quanto tempo dedichi in media alla scrittura?

RB: Molto meno di quanto vorrei. Il lavoro mi impegna molto.

NI: Cosa ti piace trasmettere quando scrivi un noir?

RB: Sapore, immagine, suggestione. Non so se ci riesco ma l’idea è questa.

NI: La tua musica per scrivere?

RB: Calibro 35 e tutte le colonne sonore dell’epoca.

NI: Scrivere un noir ambientato negli anni ’70 richiede una notevole documentazione. Come affronti la cosa?

RB: Dei film ti ho già detto. Poi c’è internet. Ci sono i vecchi libri. E poi per raccontare storie credo sia indispensabile innanzi tutto saperle ascoltare da chi quegli anni li ha vissuti in pieno. Diciamo che ascolto molte storie di quell’epoca. E assieme a queste storie è contenuta la città che fu.

NI: Ti ringrazio. Regalaci una frase noir…

RB: “Le rose hanno sempre le spine” (G. Scerbanenco – La ragazza dell’addio)

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